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giovedì 19 gennaio 2017

Pezzetti di diario

Le feste sono belle che andate. E stavolta dico "finalmente". Solitamente sono contenta quando si avvicina il periodo natalizio, e mi dispiace quando volge al termine (sempre con la festina di compleanno del Power, naturalmente). Quest'anno sono state, invece, piuttosto intense, e non nel senso migliore. Le ho lasciate andare volentieri.
L'ambaradan è iniziato con i mercatini. No, non sono andata a visitarne, seppure mi sarebbe piaciuto molto, ma vi ho partecipato con un banco. L'anno scorso ne ho fatto uno con la mamma del Gi, in un paesino poco lontano da qui, con esiti piuttosto deludenti in termini economici. Quest'anno abbiamo bissato e raddoppiato: nel paesino dell'anno scorso, e due settimane dopo nel paese dove viviamo. Non solo: si sono unite a noi altre tre signore (mi fa specie chiamare "ragazze" le mie coetanee...), una delle quali è una delle più care amiche che ho qui. Inizialmente la prospettiva di raddoppiare le uscite e ingrandire il gruppo non mi ha entusiasmato molto, di mio sono molto diffidente verso i cambiamenti, soprattutto quando mi viene imposta la presenza di altre persone in faccende come questa. Ma mi sono dovuta ricredere: alla fine sono state due esperienze divertenti, la compagnia si è rivelata piacevole, e il ritorno economico soddisfacente (sono rientrata, a spanne, delle spese sostenute, e qualcosa in più è arrivato). E soddisfatta sono stata anche dei miei lavori, perchè ho cambiato un po' faccia alla produzione rispetto ad un anno fa, mi sono dedicata negli ultimi mesi al chiacchierino ad ago e ho scoperto che mi dà molto più spazio creativo di quanto pensavo, e cosa più importante, mi rilassa moltissimo.
Nella foto si vede solo un pezzetto piccolissimo, ma il banco occupava ad L due lati del gazebo più la parte antistante a terra, ed era super carico di oggetti e colori. Ognuna di noi ha portato tipologie di oggetti fatti a mano diverse, e la vista dell'insieme era, a mio modo di vedere, originale!


Archiviata la pratica, è andato su il Mamigalbero 2016, tutto bianco, oro e color juta.
Ho la fissa che l'albero di Natale deve essere ogni anno diverso, e ogni anno deve avere una connotazione particolare. Solo l'anno scorso è stato un albero-discarica, nel senso che lo ricoprii di qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, ma fu per non protrarre eccessivamente la discussione col Power che lo voleva a suo gusto cioè "a scatolone degli addobbi rovesciato sopra". Salvo poi dare il suo contributo per i primi dieci canonici minuti, e sparire. Quest'anno invece si è dato da fare fino alla fine, ha capito la mia idea (suonino i tamburi), l'ha accettata, si è impegnato fino alla fine, e il risultato lo ha inorgoglito più di quanto abbia inorgoglito me. Si, mi è piaciuto proprio. Più di quanto mi sia piaciuto il Presepe, anche quest'anno piccolo e relegato in un angolo, fatto solo per far piacere al Power, perchè io di mio ho un pessimo rapporto col Presepe per motivi che non sto a spiegare. Fosse per me nemmeno lo allestirei. Tanto non va nemmeno guardato, tranne il pomeriggio in cui viene messo su.
Questo è il coperchio di una scatola particolare: l'ho fatto io. Il ricamo è su lino, ma è di secondaria importanza rispetto al contenuto.
Che è questo.
Sono statuine del Presepe. La loro particolarità è che sono molto, molto vecchie: appartenevano ai miei nonni paterni, mi sono state mandate da mio padre diversi anni fa nella loro confezione originale, che altro non era che una scatola di cartone riparata innumerevoli volte, e che mi è giunta letteralmente a pezzi infilata a sua volta in un robusto scatolone di recupero. Sono statuine in coccio dipinte a mano, qualcuna è scheggiata, sarebbero da ripulire bene. Credo che abbiano anche un certo valore, ma non mi sono mai preoccupata di accertarmene. Quando mi arrivarono preparai loro una scatola nuova, questa, e le riposi.
Non le ho mai usate: ufficialmente è perchè con cinque gatti in casa, e al tempo anche un bambino piuttosto piccolo in giro, qualsiasi decorazione natalizia io esponga da quindici anni a questa parte è rigorosamente in materiale infrangibile. Ma il motivo vero è che non riesco ad affrontare la loro presenza ai miei occhi, se pur non desideri separarmene per nessun motivo al mondo. Ci sono cose con cui evidentemente devo ancora fare pace. Intanto se ne stanno lì. Al loro posto in soggiorno continuano a fare la loro messinscena natalizia quelle in plastica, collezionate negli ultimi sedici anni pezzetto per pezzetto.

Comunque.
Il 20 dicembre la mamma è stata operata. Sono stata con lei dalla mattina presto a sera tardi, e il giorno dopo. L'ho assistita, l'ho maneggiata come maneggiavo mio figlio quando era piccolo e faceva il peso morto, le ho fatto le punture di routine per i giorni successivi necessari, come ho fatto altre volte e come farò ancora quando e se servirà. La macchina sta lavorando, c'è un ulteriore piccolo intoppo da risolvere la prossima settimana, ma va avanti. E non mi ci voglio dilungare su questa cosa: il tempo delle cose da digerire è passato, la digestione è avvenuta, e io ho scoperto di essere diventata, in questi ultimi anni, una specie di macchina da guerra: passato il momento difficile di metterla in moto, la faccio viaggiare e basta. Anche se non è per niente semplice, e le cose da vomitare sarebbero tante e grosse. Ma ci tornerò su più avanti.

C'è stato Natale:  la cena e lo scambio dei regali la Vigilia dato che il giorno dopo il Gatto Alfa sarebbe partito prestissimo per andare al lavoro,  il pranzo di Natale in famiglia da mia cognata, la Messa solenne con il coro, gli auguri, le telefonate, le uozzappate dalla mattina alla sera, il paccone/regalo annuale dai parenti lontani che si è incrociato come ogni anno da 16 anni a questa parte con il nostro, la parete laterale del frigorifero ricoperta di biglietti di auguri come ogni anno, i pensierini dalle amiche lontane a strappare tutti i sorrisi possibili, le teglie di biscotti speziati e arancia/cioccolato regalate a chi so apprezzarle (e anche pappate noi), e tutto l'ambaradan come da tradizione.

Ho avuto l'influenza: quattro giorni di febbre alta, raffreddore, dolori ovunque. KO totale. Quella che ti mette a letto e non ti lascia alternative, perchè come metti giù un piede da sola vai giù sul parquet come un pero.

Abbiamo festeggiato capodanno come al solito, in famiglia. Cena cinese da asporto, gli Aristogatti in televisione, il Power e il Gatto Alfa fuori a fare i botti (niente di che, non sono due piromani...) nonostante le mie proteste, io in casa a rassicurare i felini e con la coda dell'occhio fissa fuori dalla finestra, a guardare i fuochi d'artificio che probabilmente partivano dal campo sportivo, circa un chilometro a nord in linea d'aria.

Si è pranzato qui, il primo dell'anno. In famiglia, con la mamma. Ho cucinato io. Non ricordo nemmeno cosa, ad essere sincera, ma so che la cena l'abbiamo risolta con tè caldo e poco altro, perchè eravamo ancora imbottiti :-D
Poi è iniziata la mia settimana, teoricamente, di riposo. In quei giorni ho mollato tutto. Ho fatto solo l'indispensabile: il Gatto Alfa era in ferie, e ci siamo divisi il da farsi per moltiplicare il tempo per stare insieme. Siamo stati fuori a cena due volte, ed è stato come respirare aria buona: una sera in ristorante per il compleanno della suocera, la sera successiva in casa di amici. A parlare di tutto e di niente, fuorchè di problemi.
Il giovedì di quella settimana ho caricato il Power in macchina e ho affrontato l'autostrada da sola  per la seconda volta (la prima è stata un anno fa, una 30ina di km in tutto, già un traguardo per me): sono andata a far visita a una cugina che sta dalle parti di Treviso, e a riabbracciare una zia. Erano mesi che non ci si vedeva, anche se via whatsapp ci si sente ogni giorno. E' stato piacevole. E piacevole, devo dirlo, è stato anche il viaggio: col Power che per farsela passare mi faceva da navigatore all'andata, e al ritorno ogni volta che andavo in sorpasso recitava la parte del cecchino :-D Poche volte io e lui usciamo da soli senza obblighi nè fretta, e man mano che cresce la sua compagnia è sempre più bella. Sono le uscite in cui non si litiga mai, quelle in cui il Power approfitta per aprire l'anima a sua madre. E a me piace essere "mamma" così. Mamma di un figlio grande. Quando non devi minacciare punizioni, mostrare il cucchiaio di legno, firmare note sul libretto o ripetere per la milionesima volta che i calzini non si tuffano da soli nel cestone della biancheria da lavare, ma devi diventare "contenitore" per lui. Il lato difficile e contemporaneamente straordinario della medaglia. E finchè dura, me lo godo.
Il giorno di Epifania, come di consueto, si è festeggiato il compleanno del Power!
Tredici anni. E l'è dura, oh se l'è dura... Si è festeggiato dai nonni, con tutti i nonni, con una merenda. Il Power non vuole più che si parli di "festa di compleanno": si imbarazza. Così l'abbiamo chiamata "merenda". Ci siamo tenuti sottotono, non abbiamo usato le candeline (abominio!!!), e il primo che si è azzardato a intonare le prime due note del "tanti auguri a te" si è visto recapitare un urlo di raccapriccio dal festeggiato, che lo ha fatto trattenere le restanti. E io, madre degenerata e insensibile, davanti a queste sue reazioni mi sono compiaciuta da morire: inutile sperare che rimangano pulcini per tutta la vita, è contro natura, e alla sua età trovo più normale il rifiuto di quello che è stato fino al giorno prima che non il contrario. Non vuole essere trattato da bambino, sebbene abbia lasciato l'infanzia da ben poco (e per certi versi ci sia ancora dentro con tutte e due le scarpe) e a tredici anni eravamo tutti così. Sbaglierò, ma io lo trovo un tantino sano.


Poi è ricominciata la scuola. Anzi, c'è stata una finta. Cucù! Lunedì 9 alle otto meno un quarto porto il Power a scuola, alle dieci mentre mi do da fare col ferro da stiro mi chiama la scuola perchè vada a riprendermelo. Riscaldamento rotto, due giorni di chiusura. E siccome in quei giorni si toccavano i -8 gradi alle sette e mezzo del mattino, dopo 20 giorni di scuola chiusa ci si può immaginare la temperatura che c'era nelle aule (ho varcato il portone della scuola poco dopo, ed è stato come attraversare una tenda di plastica...).

Il resto, quello che è venuto dopo, è normale quotidiano. Con una infinita voglia di tornare a scrivere, e la mancanza di forze per farlo. Con una stanchezza interiore che mi fa perdere non solo il sonno, ma anche le forze, e la voglia di arrabbiarmi o usare energie per qualsiasi cosa o persona non sia strettamente indispensabile.
Ma sono altri pezzetti di diario.


martedì 13 dicembre 2016

Lo sblocco

Quando è toccato a me avere a che fare con il tipo, qualche mese fa, in occasione del mio ultimo intervento, mi fece uscire un conato di bile. Nel ritrovarmelo davanti, prima di entrare in ambulatorio, ho dovuto recitare quattro mantra per mantenere il controllo. E sono serviti a poco.

La visita anestesiologica

Non si alza nemmeno dalla sedia. Non dà il buongiorno.

-E lei chi è? (E mi punta il dito. E già lì...).

-Sono la figlia.
(Rivolto a mia madre)
-Signora, sua figlia può assistere alla visita? Lei è d'accordo?
-Mia figlia assiste sempre alle mie visite. La voglio io. Quello che non capisco io, lo capisce lei. E mi da una mano.

Non alza nemmeno gli occhi dalla cartella, e sbuffa con aria di sufficienza.
-Non ritengo ammissibile che nel duemilaesedici ci sia ancora chi dice di non capire qualcosa quando va dal medico. 

Calma, Mamigà, calma...
(Rivolto a me)
-In che mese è nata lei?
-Scusi???
-Si, in che mese è nata.
-Novembre. Ma che importanza ha adesso?
-E sua madre?
-Settembre. 
-Ecco, siete l'eccezione che conferma la regola. Ultimamente vengono qui solo persone del segno del toro.
-Ma guardi. Pensi un po'. E quindi?
-Quindi... che mestiere fa lei?
-Mi occupo della famiglia.
-Aaaaaaaahhh... (allarga le braccia e si butta indietro sulla poltrona. Alza il tono della voce) Vorrei farlo io al suo posto!!! Non fare un cà dalla mattina alla sera... 
Non ci ho visto più.
-Senta, lei non sa cosa ho a casa io. E se...
Sgrana gli occhi, già enormi e sporgenti di loro.
-Ma quanti figli ha?
Adesso la voce la alzo io.
-SENTA, quello che faccio a casa mia sono fatti miei, quello che ho a casa NON LO SA e non siamo qui per questo, quindi per cortesia,  VUOLE visitarmi mia madre o cosa?

La mamma, sottovoce...
-Ha trovato quella sbagliata, dottore...

Mentre uscivamo si è scusato.


Quando le prime frasi che l'anestesista rivolge a mia madre contengono un insulto a una persona anziana, che sente poco da un orecchio, malata, intimorita e con i suoi limiti,  le corde vocali si sbloccano eccome.
E la macchina riparte.


venerdì 9 dicembre 2016

Il rumore del silenzio

Facciamoci coraggio, e scriviamo questo post. Usiamolo come blog-terapia, come ho fatto tanto tempo fa. Ma nemmeno tanto, sotto un certo aspetto.
Avrei voluto raccontare cosa è accaduto in questi mesi di quasi totale silenzio su queste pagine, sarebbe stato un post davvero lungo. Perchè di cose, in questi mesi, ne sono accadute davvero tante. Ma non mi va. Non ne ho proprio voglia. Ci vorrebbe molto tempo, e il tempo da settembre ad oggi è stato, un po' per caso e un po' no, una cosa che ho rincorso con foga.
Credo che si siano alternati tutti i sentimenti e tutte le emozioni possibili e immaginabili, nelle mie giornate.
Ho lavorato, guidato tanto, corso, atteso, parlato, cercato, fatto file, cantato, riso, scherzato, pianto, coccolato, cercato, imparato, iniziato, terminato, sperato, desiderato, ottimizzato, speso, guadagnato, accompagnato, sostenuto, ascoltato, sgridato, gridato, sussurrato, guardato, mostrato, chiamato, risposto, salito e sceso, scritto e letto, inventato e copiato, esposto e nascosto.
Mi sono sentita deliziata, stupefatta, cercata, ferita, presa in giro, stimata, voluta bene, gratificata, accolta, ignorante, nervosa, forte. Stanca. E nello stesso tempo piena di energia. Non so come spiegarlo. E ho fatto progetti, più di uno, e ho iniziato a lavorarci sopra con qualche schiaffo ma anche con qualche gratificazione. Che bello.

Se qualche giorno fa qualcuno mi avesse chiesto cosa avrei desiderato più di tutto, avrei risposto "urlare". Ero carica di qualsiasi cosa, buona e meno buona, ma con una intensità tale da desiderare prepotentemente di trovarmi in mezzo ad un campo immenso e cacciare un urlo liberatorio, forte, profondo. Non per essere ascoltata da qualcuno, no. Per rimettere ordine, per trovarmi per qualche manciata di secondi nel punto esatto in cui la punta della stecca incontra la sfera sul tavolo da biliardo, nel momento esatto in cui le dà il colpo che le fa spedire ogni altra sfera nella rispettiva buca, dritta, decisa, e libera il campo in pochi istanti. Ordine e liberazione. E preparazione della partita successiva. Uno "stock!" categorico ed energico.

Adesso però...
Adesso desidero solo una cosa. Desidero il silenzio. Non il silenzio del vuoto. Quello che desidero è un silenzio fisico. Il silenzio della bocca e delle corde vocali. Messaggio, uozzappo, ma fatico terribilmente a parlare. Mi manca proprio il fiato. Parlare mi richiede uno sforzo che quasi mai prima. E lo faccio solo per l'indispensabile.  Per chi vive con me. E per mia madre.
Perchè mi trovo ancora nella bolla. "Quella" bolla, da tre giorni. E aspetto che si dissolva, sperando che lo faccia alla svelta.

Otto giorni fa.
-More, i me ga ciamà da l'ospeal, no i me dà el risultato de l'ago aspirà in man, i me gà fissa n'apuntamento in oncologia direttamente iuni che vien, tra tre giorni. Cossa ti disi?
Silenzio.
Di qua della cornetta, il sudore improvviso. La pelle d'oca. Il fiato che manca di colpo. Le gambe che tremano, ti siedi. La rapidissima presa di coscienza, perchè una certa prassi, purtroppo, ormai la conosci. La consapevolezza di dover ricominciare, come sei anni fa, a trattenere. Perchè se veramente conosci chi ami, sai quando è necessario trattenere, perchè certe cose, dirle, non aiuta l'altra persona. E la consapevolezza di dover tacere. Soprattutto sai quando, quanto e fino a quando è necessario tacere. Ci sono cose che non spetta a te dire, perchè rischi di lasciare più vuoti che risposte. E di risposte in cuor mio ne avevo, otto giorni fa, una sola. Microscopicamente poco.
-Niente mamma, no digo niente. I se gavarà sbaglià, i gavarà visto che ti ze seguia de sòra e i gà mandà tuto de sùso diretamente, sensa farte andar dò volte, una par tor e risposte e una par portarle a l'oncologo, che tanto ti gavarissi comunque dovesto tor apuntamento e anca farte far l'impegnativa. Cussì ti sparagni tempo. Vedi che ben che funsiona ea radiologia in sto ospeal? No sta badar. Ti passi doman de matina? Go fatto i biscoti.

Ce la faremo, mamma. Ce la faremo di nuovo. Ricominceremo da capo a contare, aspettare, sperare. Piangere, se necessario. A trattenere più vita possibile come abbiamo visto che siamo capaci di fare, nonostante il cancro insista a cercare di dimostrarci il contrario, e ci sfidi ancora. E quando sarà il momento festeggeremo l'uccisione di questo nuovo mostro. Insieme.
Per la terza volta.


domenica 27 novembre 2016

Nel vortice

Due righe o poco più, prima di tornare nell'oblio.
Non sono sparita.
Cioè si, sono sparita dal blog, ma non da tutto il resto (eh beh...).
Non ho crisi di coscienza, non sono sprofondata nel baratro della depressione che fa cadere nell'apatia, non sono carente di argomenti su cui scrivere, niente che possa far credere che se non scrivo è perchè è successo qualcosa di catastrofico. Giuro.
Sono semplicemente risucchiata in un vortice, che da due mesi a questa parte mi porta ovunque, a volte dove voglio, altre no. Ma ovunque e sempre meno a casa.
E siccome anche nello scrivere queste poche righe sono stata interrotta tre volte, non mi imbarco nemmeno nella stesura di un post di uno spessore un po' più tosto. Per adesso.
Volevo solo dirvi che va tutto più o meno bene.
Torno presto. Spero.

giovedì 8 settembre 2016

E finisce anche questa estate

E' quasi mezzanotte. Sono un po' insonne. Forse perchè stasera è una sera particolare, l'ultima delle vacanze (per il Power).
Stasera il Power è andato a letto un po' prima. Solitamente durante l'estate ha un po' più di libertà sugli orari in generale, compreso quello di andare a letto, che comunque non oltrepassa mai le dieci e mezzo. Stasera prima delle nove e mezzo ha voluto salire. Me l'aspettavo.
Era nervoso. Ha piagnucolato. Io lo guardo e lo vedo grande, ha sti atteggiamenti tipici da adole-coso per tutto il giorno, ma la sera come per incanto per qualche minuto torna bambino. Non so perchè, e non mi interessa saperlo, ma finchè dura mi gusto questi strascichi di infanzia proprio perchè sono brevissimi, e temo, gli ultimi.
Dicevo, ha piagnucolato: apparentemente per una scusa stupida (gli ho negato un contentino a tavola. No, non sono una carceriera, semplicemente sarebbe stato l'ennesimo della giornata, e ad un certo punto uno stop deve pur esserci), poi piano piano è uscito il resto. Con una stitichezza nelle espressioni incredibile, tipico della sua età evidentemente, ma sono ancora in grado di decifrare il suo non-verbale per fortuna, e si, nel piagnucolamento e nelle poche sillabe mugugnate c'erano tutte le paure per l'anno scolastico che ricomincia domani, in primis quelle che riguardano la sfera dei suoi rapporti sociali. I suoi. Quelli in cui ormai deve cavarsela totalmente da sè, con tutti gli oneri e gli onori (ma più oneri) del caso. Tutto nella norma, mi ha detto qualcunA, di un adolescente sano. E va bene così.
Domani il Power inizia la seconda media. Tra quattro mesi avrà già tredici anni, e lui alle medie è contento almeno del fatto che ogni anno non si trova ad essere necessariamente il più grande di tutti fisicamente ed anagraficamente, e ad essere scambiato per uno di una classe avanti (cosa che a lui ha sempre creato un discreto imbarazzo), dato che alle medie in ogni classe ci sono sempre dei ripetenti. Come dire, troviamoci un lato positivo. E se fino a ieri non ci pensava, stasera gli è piombato addosso tutto l'anno scolastico a venire come un macigno. Ha dimenticato tutte le cose belle fatte questa estate come per magia.
E dire che, per la prima volta da quando è nato, insieme io e lui (perchè il papà ha praticamente sempre lavorato, purtroppo, ma è un'altra storia) di cose insieme ne abbiamo fatte davvero tante. I dolori articolari sono stati gestibili, dall'intervento dello scorso aprile mi sono ripresa completamente, non ci è mancata la fantasia, il tempo e le energie nemmeno.
Siamo stati diverse volte al mare: ci siamo dotati di carrello/sdraio, doppio ombrellone (vogliamo stare comodi, noi), sdraietta, una scatola-frigo nuova di pacca, e quant'altro serve. Modello "Sherpa", praticamente.
Secchiello e paletta sono stati usati una sola volta: quando si è accorto che i (pochi) suoi coetanei in spiaggia preferivano fare altro, lo ha preso un senso di imbarazzo e ha archiviato la pratica. Meglio, una borsa in meno. Che sotto l'ombrell gli ombrelloni ci sono altre cose piacevoli e rilassanti per passare la giornata.

Abbiamo seguito le olimpiadi, l'unico evento sportivo che appassiona tutti in famiglia.
Abbiamo fatto la spesa sempre insieme.
Siamo stati diverse volte al centro commerciale più vicino, soprattutto ultimamente per fare gli acquisti per la scuola e per l'abbigliamento. Nb.: ha raggiunto il 42 di scarpe, il mister. Che poi lo shopping è solo la scusa per goderci un momento tutto nostro: il caffè al bar.
Cioè, spetta... il caffè è mio, lui ha preso il vizio della tazza di orzo caldo con la pastina. E' la nostra coccola, lui si sente grande in questa cosa. E a me fa piacere.
Abbiamo avuto ospiti ogni tanto. E per lo più ospiti con cui anche poter giocare in piscina, soprattutto il Gi, che è venuto quasi ogni settimana a trascorrere giornate intere con noi (e a me non sembrava vero... sua madre mi ha tanto ringraziato per averle tenuto il ragazzino, ma sono io che ringrazio lei per avermi prestato il suo!).
Qualche volta abbiamo cenato fuori: in giardino, in piazza per la festa in paese, da amici, con la famiglia, alla festa conclusiva del centro estivo.
Abbiamo pedalato. Anzi, abbiamo pedalato tanto. Ho pedalato tantissimo da sola (Runtastic juvat), ma il Power quando ha potuto non si è tirato indietro nell'accompagnarmi per sentieri e piste ciclabili.


E ha condiviso con me anche qualche...
...ferita di guerra.
Abbiamo fatto una valanga di compiti. Si, abbiamo. Ho fatto un ripasso di storia e geografia anch'io. Mi tornerà utile, prima o poi, sapere cos'era il concordato di Worms e perchè la risorsa economica principale della Liguria NON è la pesca. Spero... Quanto al tedesco, buio era per me a giugno, e buio rimane oggi, otto settembre. Non c'è speranza.
Anche nei pomeriggi di pioggia ce la siamo cavati.
Con papà il Power ha grigliato sul caminetto, fatto lavori di manutenzione in giardino, riposto la legna (arrivata sciolta a fine giugno) nella legnaia per il prossimo inverno con pazienza e olio di gomito. 
Ci siamo sdraiati per un bel po' a cercare di afferrare le stelle cadenti di notte, ma la pazienza non è il nostro forte e sta cosa è durata quanto un gatto in autostrada. Non è nemmeno comodo il pavimento del terrazzo veramente, che sdraiati in giardino non si vede una ceppa per via dei lampioni accesi per strada. Ma il terrazzo ci ha visto chiacchierare più di qualche volta. Soprattutto al tramonto, sperando di farci venir voglia di lavare i piatti prima che il sonno ne avesse la meglio.

Vista così pare un'estate idilliaca.
Scendete dalla nuvoletta o voi che leggete. La realtà è che io ci ho visto tantissimi momenti davvero da ricordare positivamente, ma è stata anche molto dura sotto un altro aspetto.
Ho visto il Power cambiare. La scuola ha attutito molto l'impatto con la particolarità dell'età del cavolo, averlo a casa h24 mi ha sbattuto in viso le (normali, appunto, ma devo ancora farci l'abitudine) difficoltà di cui ho già parlato qualche post fa. Con una violenza, una esasperazione e una velocità a cui solo nelle ultime settimane mi sto adattando. Perchè si, lo ammetto, mi sto adattando al fatto che una quotidianità come quella di "prima" non c'è, e non è che mi dispiaccia del tutto, anzi.  Solo a volte è esasperante. Anzi, non solo a volte, diciamo spesso.
E' stata un'estate di tanti silenzi. Giornate di "mamma lasciami in pace", ore chiuso in camera sua, in un legittimo isolamento, tra i suoi legittimi pensieri e legittimi segreti, e tra innumerevoli "mamma non puoi capire" che i primi mi ferivano, e i successivi mi hanno fatto e mi fanno tanta tenerezza. E che mi guardo bene dal contraddire davanti a lui. Non ha nemmeno mai chiesto di andare a dormire dai nonni, mai, e da mia madre una sola volta: la loro compagnia non gli interessa più, si annoia coi loro giochi, le loro attenzioni lo imbarazzano. E non è sbagliato. E' così e basta. E i nonni, tutti e tre, per fortuna lo sanno che non ce l'ha con loro, ma con la vita che lo ha accidentalmente messo in quella via di mezzo che non lo fa sentire nè carne nè pesce.
E' stata un'estate di fiducia e di libertà per me. Finalmente posso lasciarlo da solo per un'ora o qualcosa di più sapendo che se la sa cavare. E' una cosa nuova, più per me che per lui forse, ma potermi riprendere parte degli spazi che ho dovuto per forza di cose mettere da parte quasi tredici anni fa mi sta facendo tanto bene. Posso programmare. Posso decidere. Posso far fronte agli imprevisti con la certezza che il Power può essere finalmente anche una risorsa, non solo una fonte di obblighi. Poco forse, ma quando decido di fare la mia ora quasi quotidiana in sella e non devo scendere a compromessi tra i turni di mio marito e i tira-e-molla (vieni con me, no mamma non ho voglia, muoviti pelandrone, alza il sedere dal divano, non me la sento, mi fanno male le unghie, ok rimango a casa) mi sembra di aver ricevuto in regalo la luna. Perchè so che quando torno a casa trovo un ragazzino in gamba. Quel ragazzino in gamba che dieci giorni fa anzichè litigarsi col cugino di otto anni più giovane e trentacinque chili di meno il tablet per giocare (come è successo l'anno scorso nella stessa occasione, il pranzo con parte dei miei cugini e le famiglie), se lo è preso sulle ginocchia di sua iniziativa e gli ha insegnato con una inaudita pazienza come si gioca. E io e sua madre, che trentacinque anni fa i giochi ce li litigavamo noi, ci siamo perse per qualche istante a guardarli come se avessimo visto un chiwawa ed un orso pedalare su un tandem.

Comunque, domani (anzi oggi, mezzanotte ormai è passata) si parte, destinazione "seconda D".
 E io, anzi noi, anche quest'anno "speriamo che me la cavo".








lunedì 5 settembre 2016

Piccolo vomito del lunedì

Se lo scrivo su Facebook mi linciano. Se lo dico a voce ferisco. Ma da qualche parte lo devo pur vomitare. Ed è meglio che lo vomiti a casa mia, prima di far più danni del necessario.

Mi sta irritando assai assai assai, ogni volta che mi cade l' "eccheppalle" su un atteggiamento random dell'adole-coso (che quanto a farle frullare, come tutti gli adole-cosi perfettamente sani, sta usando l'impegno che se ne usasse altrettanto per studiare andrebbe all'esame di terza media senza passare per la seconda), dicevo mi sta irritando assai assai assai sentirmi rispondere da una sempre troppo grande fetta di fauna materna femminile "Pensa a me che ne ho due/tre/quattro". Risposta peraltro copia-incolla di quando si parlava di costi dei pannolini, di capricci, di notti in bianco a tirar su vomiti e di tiro alla fune per far fare quattro compiti in croce, eccetera eccetera eccetera. Insomma, tu pensi di poter trovare un cucchiaino di comprensione, e ti viene sempre immancabilmente rimarcato il fatto che non solo non hai praticamente il diritto di lamentarti, ma dovresti farti un esame di coscienza per arrivare da sola alla conclusione che si, sentiti pure in dovere di darne, e zitta, e grata per avere solo metà se non un terzo della rottura di scatole altrui.

Allora, chiariamoci.
Primo: non vi ha ordinato il dottore di fare più di un figlio. E non ve l'ho ordinato nemmeno io.

Secondo: non è sempre una scelta il farne solo uno. Oppure, quando scelta lo è (e non è il mio caso, ma per qualche mia conoscenza si), non è detto che sia una scelta di comodo e che renda tutti felici e contenti.

Con tutto il rispetto per la fatica altrui, al diavolo. Per non essere più esplicita. No, giusto perchè si parlava di menopausa che toglie i freni al senso del pudore.

giovedì 18 agosto 2016

Caro Facebook, saluti

Premetto che questo post è una carrellata di pensieri miei, di punti di vista miei, del tutto discutibili e per niente generalizzabili, partoriti dalla mia - e solo mia - mente contorta. Bene o non bene che calzino a chi legge, per me le cose stanno così e basta.

Qualche giorno fa mi è venuta la curiosità, oziando, di andare a sbirciare da quanto tempo esattamente fossi iscritta al social network. A Facebook, facciamo nomi e cognomi che tanto a non farli li si intuisce lo stesso.
Beh, dicevo, novembre 2008. Non ricordavo fosse così tanto tempo. Forse perchè per i primi mesi l'ho usato poco o niente. O addirittura per il primo anno o poco più. Ricordo di essermici iscritta e di averlo dimenticato per un po', finchè la Malattia mi ha chiuso in casa per parecchio tempo e in qualche modo dovevo pur farlo passare, dato che riuscivo a fare ben poco di molto altro di "fisico".
Mi era venuta questa curiosità perchè ultimamente, del social mi sto stufando. L'ho usato per tenermi compagnia, per avere un minimo di contatto col mondo pur stando in casa (e le mie occupazioni sono prevalentemente chiuse tra queste mura, volente o nolente), e basta. Non l'ho mai usato come mezzo di informazione (qualche spunto per cercare informazioni altrove, questo si, l'ho trovato), nè come mezzo per costruire qualcosa. E mi sto stufando. Ma a questo mi riallaccerò a fine post.

In questi quasi otto anni Facebook mi ha permesso, tra altre cose, di riallacciare i rapporti con persone che ho conosciuto da ragazza. Essendomi trasferita, dopo sposata, a più di cento km da dove vivevo, alla lunga la maggior parte dei rapporti sociali che avevo prima sono andati scemando. Non solo: dopo le scuole dell'obbligo, quindi ancor prima, mi ero già allontanata a mia volta (fisicamente e forzatamente) dall'ambiente in cui ho vissuto durante l'infanzia, quindi ciao ciao compagni di scuola, eccezion fatta per la mia migliore amica con cui abbiamo continuato a sentirci e a seguirci nei nostri spostamenti della vita. La maggioranza sono risbucati tramite Facebook. E ho scoperto che se da una parte è stata una cosa carinissima, dall'altra dopo il classico "ciao, guarda chi si rivede, come stai, sei sposato, hai figli, cosa fai, dove vivi" e nella testa le considerazioni più maligne quanto legittime su come la più gnocca della terza media sia rimasta zitella e il (triste) conteggio di chi è già separato e di chi purtroppo è venuto a mancare (eh già... due compagni di scuola, uno suicidato e uno morto di tumore), eccetera eccetera, finisce tutto. Qualcuno ha anche tentato di organizzare la classica pizzata di rimpatrio, il "30 anni dopo la fine delle elementari": una prima volta di 25 persone si sono reincontrati in otto, la seconda in tre. La terza non si è nemmeno tentato di farla. Perchè si, perchè se ci si è allontanati un motivo evidentemente c'era e c'è, perchè dopo trent'anni e passa che non ci si vede non si ha in realtà più niente di consistente da dirsi che porti a continuare un qualcosa che in realtà è finito dopo gli esami di quinta o di terza media; perchè onestamente parlando di quello che fa adesso la tipa che era seduta nel banco dietro di me e con cui si parlava (o il più delle volte si sparlava) di tutto e di più, tolta la curiosità non me ne può importare di meno. E a lei, sicuramente, di me. Altrimenti ci sarebbe un qualche dialogo che va oltre. E non c'è. Ha un peso nella mia vita, sta cosa? No.

Ho imparato che Facebook è come una grandissima piazza. In piazza ognuno porta ciò che vuole, dice ciò che vuole, si mette in mostra, è visto da qualcuno anche se se ne sta in un angolo. E guarda. Spesso senza interagire in nessuna maniera. Guarda e basta. E non c'è niente di male nel guardare. In piazza tutti sono autorizzati a dire qualsiasi cosa di tutto e di tutti, perchè la piazza è un luogo comune, no? E' un incrocio di strade, un gran calderone. Solo che è la stessa piazza in cui tanta gente, pur frequentandola, si lamenta di quanto gli altri frequentatori non si facciano gli affari propri. Che allora ti vien da chiedere: "ma se non vuoi che gli altri si facciano i fatti tuoi, perchè vieni a metterli in piazza?". Boh.
Ha un peso questa cosa nella mia vita? No.

Ho imparato che Facebook è un luogo in cui tutti possono dire di tutto su qualunque cosa, gratis. Cose simpatiche, fare dell'ironia, informazione (o presunta tale), pubblicare ricordi, lanciare messaggi, appelli, petizioni, far circolare bufale, veramente qualsiasi cosa. Come se parlassero davvero a una massa di gente, rappresentata dai propri contatti, o per chi non applica le restrizioni per la visualizzazione dei propri messaggi ai soli amici (io, per inciso, lo faccio per il 99 per cento delle cose), da chiunque sia iscritto al social.
Ma lo fa protetto da un monitor. E il più delle volte comunica cose, o meglio, comunica in un modo che non userebbe MAI vis-à-vis. Gran cosa il monitor. Protegge anche me quando scrivo sul blog, e per me è una certezza. Non la considero una cosa brutta. Ma la protezione che uso sul blog ha una differenza sostanziale da quella del social network: pochissime persone, qui, sanno realmente chi io sia, mi conoscono cioè di persona. Sul social è l'esatto contrario. Perciò quando scrivo sul social, so esattamente che chi mi legge probabilmente lo incontrerò per strada tra sei mesi come forse domani, e teoricamente devo avere il coraggio di poter affermare le stesse cose dette sul social, a viso aperto. Se non sono una ragazzina. Per questo cerco di stare attenta a cosa scrivo, a come commento, ai toni che uso (nei limiti del possibile), a dove lascio tracce del mio passaggio. Ma pare che per troppa gente non sia così. Che se davvero il virtuale è lo specchio del reale, a leggere come comunicano moltissime persone commentando, con la scusa che "tanto per la strada non ci incroceremo mai" ho quasi paura ad uscire per strada: soprattutto ultimamente (o forse solo ultimamente, non lo so) leggo tanto astio, rabbia, acidità, maleducazione, superficialità a non finire.Senza freni e senza un minimo di senso del pudore. Attraverso il social, per dirne solo una tra le tante, ho scoperto che un mio vicino di casa ha idee razziste senza margini di dialogo, e le espone con una violenza verbale che non ho mai sospettato potesse avere. Abitiamo a pochi metri di distanza da 15 anni e mai, giuro mai, lo avrei pensato. Le cose sono due: o parliamo troppo poco, o faccia a faccia non ha il coraggio di dire tutto quello che realmente pensa, cosa che un monitor gli permette di fare senza problemi e senza il rischio di dover affrontare le reazioni concrete di chi gli sta davanti.  Tanto se qualcuno dice qualcosa che non ci piace sul social network, basta eliminare il commento che disturba e il disagio si appiana.
Per carità, questo non cambia il nostro rapporto fatto di cortesia e di quieto vivere (ognuno, alla fine, a casa sua fa e dice quel che gli pare). Ma è inevitabile che dopo aver letto quello che scrive sul social una persona che conosci, vuoi o non vuoi quando la incontri uno sguardo un po' diverso glielo riservi. Credo che sia umano.

Attraverso il social si può provocare, tirare frecciate ed offendere pubblicamente senza il rischio che ci venga risposto con un sonoro ceffone o una minaccia di denuncia. Perchè tanto, se l'offeso per puro caso incappa nel post che lo riguarda e prova a dire "ma ce l'hai con me?" si può  glissare in mille maniere fantasiose. Basta non fare nomi e cognomi, o inveire contro qualcuno che tanto non è iscritto al social o abbiamo bloccato, o semplicemente non è tra i nostri contatti, quindi non leggerà mai (bella bravura). E nessuno potrà mai dire niente. "E gliele ho cantate eh...". Certo, sulla tua bacheca Facebook e senza farglielo sapere, è come sparare con una pistola giocattolo di nascosto contro la foto di tua sorella perchè la mamma non ti veda, che se ti vede son sculacciate.
Ma si può anche sentirsi offesi da qualsiasi sparata fatta da chiunque, proiettando addosso agli altri un nostro disagio e convincendosi che si stiano (virtualmente) comportando come ci aspettiamo che si comportino. Non sono una psicologa e non mi permetto di fare delle analisi sulle persone, non mi compete. Ma ho letto centinaia di volte frasi postate con leggerezza e commenti tipo "se ti riferisci a quella volta in cui io e te abbiamo bisticciato per quella cosa, sappi che...". E dall'altra parte, finto o vero che sia, un regolare "ma cosa dici, mi riferisco a tutt'altro, e poi non ho voglia di far polemica". E' un modo di comunicare attraverso il social che non mi è mai piaciuto.

Face è il luogo dove la gente che ci passa troppo tempo si è talmente intrecciata a quello che legge, che secondo me fa una gran fatica  a distinguere la parte di vita che gli altri utenti decidono di condividere da tutto quello che è il resto della loro esistenza. O in altre parole, mette in piazza talmente tante cose di sè che si convince che anche gli altri lo facciano. E critica, e giudica, in base a quello che vede lì dentro. Così se pubblico solo scemenze vengo presa per "leggera", se pubblico solo belle foto significa che me la passo bene e che mi diverto, se scrivo solo citazioni altrui non ho idee mie, e avanti così all'infinito. Difficilmente passa per la testa a chi guarda che c'è gente, me compresa, che in piazza mette solo quello che vuole, e che le cose "pesanti" le tiene per sè. Per barare? Per dare una immagine di sè tarata ad hoc? Qualcuno forse si. Io no di sicuro. Non ho mai pubblicato nulla che riguardi la politica, o la religione, o la medicina, o dei problemi che vivo in famiglia come ogni famiglia normale. Non perchè non abbia le mie idee, semplicemente perchè in piazza, anche fisicamente, ci vado per passare un'ora divertente, non per sollevare inevitabili ed inutili polveroni. Quelli li devo sedare già a casa mia, come chiunque. Oppure per stare un po' in compagnia quando non posso farlo concretamente. Non ho il carattere di una amazzone, nè di don Chisciotte.

Ho imparato che il social è un luogo virtuale dove chiunque, attraverso la condivisione di link, può dare lezioni di vita a chiunque su qualunque cosa. Così capita che il single regali "perle" sulla vita a due, il divorziato sulla donna ideale come la divorziata sull'uomo ideale e su come far reggere un rapporto, chi non ha figli indichi come educarli o come gli altri li educhino male, il disoccupato indichi al professionista come fare il suo lavoro, e avanti così all'infinito. E' quasi divertente, vista da questo lato. Direi comica.

Ho capito che Facebook non incrementa i contatti umani, ma ne ammazza la maggior parte. Gli dà il colpo di grazia. L'ho capito molto tempo fa, le prime volte in cui incontrando alcune conoscenze per strada mi sono sentita dire, tra le chiacchiere, "non ti chiedo come stai, lo vedo da Face che stai bene". In altre parole, "non me ne frega niente di come stai, mi basta vedere quelle quattro cavolate che pubblichi, non aggiungere altro che non ho tempo/voglia/palle/interesse a saperlo". Quindi essere contatti reciproci su un social non ha aggiunto niente al nostro rapporto. A che serve, allora? A niente.
Come non serve concretamente a nulla, sul social, portare avanti campagne animaliste (presumo che tra i miei contatti non ci siano affettatori seriali di animali da compagnia o cacciatori di specie protette), far proseguire catene di sant'Antonio di qualsiasi genere (da quella per la sensibilizzazione per la malattia di turno a quella per ottenere soldi e fortuna ripubblicando la notizia che questo mese ha cinque martedì e sette sabati e ciò accade ogni 647 anni bisesti), far girare la richiesta di sangue del gruppo B+ per il bambino malato di turno che anche se in quattro ti ribadiscono che è una bufala perchè il bimbo in questione va ormai all'università puoi sempre rispondere "e io che ne so, ho solo condiviso il post", portare avanti teorie complottiste su argomento random, e avanti quanto si vuole.

Ho capito anche un'altra cosa, che mi si dirà "ti svegli adesso?". Si beh, sorvoliamo, dettaglio.
Non si pubblica niente su un social per gli altri. Lo si fa per sè stessi. La propria bacheca è una vetrina. E' inutile che qualcuno continui a sventolare l'idea che sulla propria pagina pubblica ciò che vuole e nessuno può o deve dire niente nè criticare, no, chiunque può dire invece, perchè se non vuoi che la gente dica non mostri, se mostri è per ottenere qualcosa. Consensi, dinieghi, apprezzamenti, polemiche, giudizi, compassione, incitamenti, consigli, condivisioni, interesse, "mi piace", qualsiasi reazione.  Altrimenti taci.

Ho tanti contatti che passano da me, reagiscono in qualche modo ai miei post (quasi sempre positivamente, ma ogni tanto anche no, fa parte del gioco), ma sulle loro pagine c'è il vuoto cosmico. Li si può criticare? Non so, io mi astengo. Non ho mai capito il senso di iscriversi su un social senza essere "social" almeno un minimo che sia un briciolo, ma è un altro discorso: penso solo che non vogliano reazioni e basta, e non volendo reazioni non pubblicano. Stop. Non vogliono o non ne hanno bisogno. Non è un delitto.

Caro Facebook, sai che c'è? C'è che mi sono stufata di te. 
C'è che dopo aver condiviso di tutto e di più della mia vita quotidiana e dei miei pensieri con tante persone con te come mezzo, ho scoperto che di condividerla così non ho più nessuna voglia. O meglio, ho voglia di condividerne dei pezzi solo con chi voglio io. Con le persone delle quali mi interessa davvero sapere il pensiero di ritorno, o a cui posso davvero donarla con fiducia. Dei pensieri degli altri, di chiunque altro, in fondo in fondo non mi importa davvero più nulla, sai. 

C'è, caro Facebook, che si arriva ad una età, o ad un punto della vita, in cui di quello che gli altri pensano di te non ti interessa più niente. Ti vesti come vuoi, parli come vuoi, pensi quello che vuoi, agisci come vuoi, vai dove vuoi, cambi come vuoi, ma lo fai per te stessa e basta. Di piacere o non piacere, di ricevere approvazione, non ti importa più. O meglio, ti importa di piacere solo a chi vedi riflesso allo specchio quando ti ci pari davanti. Non ti importa di far sapere in giro per il web che hai fatto un bel dolce, ma sei felice se puoi condividerlo a fette (e non a foto) con la tua vicina di casa (l'ho fatto, giuro). Non ti interessa di mostrare a trecento contatti quanto è cresciuto tuo figlio, il mondo intero lo vede quando esce di casa, ed è il SUO mondo reale, non il tuo, e nel NOSTRO mondo reale la gente che gli vuole veramente bene non aspetta di vedere la sua foto su un social per sapere com'è perchè non lo vede da tempo, me la chiede. Non diventa più così essenziale far sapere all'intera tua fetta di mondo virtuale che hai fatto una gita fighissima (o la stai facendo), hai visto posti fantastici (o li stai vedendo), sei stato in splendida compagnia (o ne stai godendo) e hai mangiato cose libidinose (o le stai mangiando) e mostrare in diretta live le foto che comprovino il tutto in maniera tangibile: vivi e basta, e racconti se capita l'occasione, non lo urli col megafono in piazza come se dovesse necessariamente interessare a tutti. Non diventa più così gratificante far sapere su un social che hai perso venti chili per ricevere le ammirazioni altrui, o che i capelli hanno raggiunto una lunghezza che mai prima, che hai avuto l'influenza più lunga della tua storia o che hai imparato a farti la french manicure senza tagliarti il pelo dei gomiti col tronchesino: esci di casa e ti fai ammirare per davvero. Se capita di chiacchierarne bene, il momento di ozio e cazzeggio ci sta ed è legittimo (mica ti demonizzo, Face), ma ad un certo punto scopri che il tempo che perdi a scattarti selfie e mandarli in rete la maggior parte delle volte è tempo che potresti usare per fare qualcosa di più utile per te. Sul palco non ci vuoi più stare, o meglio, ci stai giusto il tempo per divertirti un po', poi scendi, perchè ciò che sta fuori dal palco è molto più vasto e vario, e interessante.
E allo stesso tempo ad un certo punto non ti importa più nemmeno di sapere quello che fa chiunque altro quando chiude la porta di casa sua davanti a te, a meno che non sia una persona che ti sta a cuore. E non per giudicarla, non per criticarla, non per curiosità, ma perchè la sua compagnia, la sua presenza nella tua vita, ti dà piacere e non la vuoi perdere. Non in piazza, ma al tuo fianco, seduti davanti ad un caffè, in spiaggia sotto l'ombrellone, al supermercato davanti allo scaffale del cibo per gatti, per strada tenendo in equilibrio le biciclette sul bordo del marciapiede, e quando ciò non è possibile sparando cavolate o cose serie via whatsapp, un messenger, o ridendo e piangendo al telefono. Tutto il resto, caro Face, per me sta diventando solo fuffa. Che se c'è va bene, ma se non c'è va bene lo stesso.

Caro Face, io ti devo ringraziare sai. Attraverso di te sono rientrate nella mia vita alcune persone che in essa hanno ripreso il posto che avevano perso per colpa di nessuno, ed è meraviglioso. Ma sono davvero poche. Le conto sulle dita di una mano, e avanzano dita. 
Adesso però è ora di dare una svolta al nostro rapporto. Da settimane ho smesso di pubblicare pensieri troppo personali, fatti personali, considerazioni personali. Non mi va di sapere le opinioni degli altri. Non mi interessa. Gli apprezzamenti o le critiche veramente utili li chiedo a chi so che può darmene di sensati, chi mi aiuta a migliorare, non a chi butta lì ripetutamente il concetto che Runtastic sbaglia sempre il conteggio delle calorie consumate durante uno dei miei giri in bicicletta nonostante abbia marcato e rimarcato il fatto che "NON PEDALO PER DIMAGRIRE". Se scrivo che ho mal di testa non mi va più di leggermi sotto che c'è quella che ha mal di testa da una settimana, o quando ho pedalato per 13 chilometri (sempre secondo la app di Runtastic) veder commentato che il mio ex compagno di scuola arriva a farne 40 in metà tempo e sentirmi, per questo, anche per un solo momento una emerita cretina e ridurmi a dare giustificazioni. Per dire. 

Sono stufa. Non arrabbiata, non esasperata, semplicemente stufa. Non mi diverti più. Non mi dai più niente.
In questi giorni ho anche tolto, con pazienza, quasi tutte le foto che ritraggono mio figlio, nonostante avessi applicato loro la restrizione della visualizzazione solo ai miei contatti e non pubblica. Il Power è grande. Ha diritto alla privacy della sua immagine. E non ha senso che la dia in pasto a gente di cui non conosce nemmeno l'esistenza, solo per orgoglio mio. Una cosa è raccontare un fatto divertente che lo riguarda, un'altra è mostrare la sua faccia. Così, da oggi, prima di mostrarlo agli altri chiederò il suo consenso.
Proprio in conseguenza a questo un altro passo che ho fatto nei tuoi riguardi, caro Facebook, e qui mi si può criticare sbracciatamente ma non mi importa perchè non torno indietro, è stato cancellare dai miei contatti chiunque non abbia mai avuto con me il minimo rapporto, anche virtuale. C'è stata tanta gente che mi ha chiesto l'amicizia solo perchè si aveva dei contatti in comune, o si apparteneva ad uno stesso gruppo, o si aveva un interesse in comune, ma con me non ha mai scambiato una, e dico UNA sola parola nemmeno via messenger, mai in assoluto. Non ho mai chiuso la porta a nessuno. Adesso ho deciso che basta. Senza rancori, senza astio, ma via. Ho deciso di non essere più "social" a 360 gradi, ma a modo mio, come in fondo sono sempre stata nella mia vita reale, ma che nel virtuale ho sempre cercato di celare. Sarà la menopausa precoce ad avermi fatto diventare acida,  forse più acida e scostante di quanto già non fossi di mio prima. Ma piaccia o non piaccia, ho scelto .

Caro Face alla "vecchia maniera", noi ci salutiamo qui.  Per come ci siamo conosciuti io e te finora, nel modo in cui ti ho usato fino a ieri, finisce. 
Ho anche altro da fare.