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lunedì 6 febbraio 2017

Due peli sulle gambe e due brufoli in fronte

E arriva il giorno in cui ti vien voglia di salire sul tetto della scuola con un megafono in mano e urlare "ok, adesso prendete tutte le vostre belle teorie sull'educazione dei figli, tutte le congetture sul lavoro fatto male dai genitori degli altri, i vostri bei link di pedagogia tirati giù da Google, tutta la vostra saccenza... ripiegateli per bene, fateci un pacchettino bello ordinato, legatelo con uno spago rigorosamente in raffia naturale, ed usatelo per accendere le braci per il prossimo barbecue".

Quello che segue è un dialogo a tre. Una sono io. La seconda (in blu) è la mia coscienza. La terza, o il terzo, (in verde) è il giudizio che mi sento addosso. Che se pensavate che esistessero solo le "doppie personalità"... ta-daaaaan! vi sbagliavate, esistono anche le triple. Un lavoro arduo, quello di capire bene da che parte stare. O anche solo di leggere, penso.

Venerdì scorso dovevo portare mia madre a visita chirurgica, per avere l'esito dell'istologico del secondo intervento della seconda turnata (si, non avete fatto male i conti, è stata operata una seconda volta per il terzo tumore... cioè il secondo, che poi ha rivelato il terzo, quindi sotto un'altra volta dieci giorni fa... un bel macello di informazioni e di emozioni, ma se mi gira lo racconto un'altra volta). Avevamo appuntamento poco dopo mezzogiorno. Ero piuttosto tranquilla, perchè il Power avrebbe dovuto finire la scuola verso le tre del pomeriggio, quindi a posto. Alle dieci mi chiama la scuola: "signora, il Power sta poco bene, può venirlo a prendere?". Cappero. E ora che faccio? In pochi minuti chiamo la suocera, mi dà la sua disponibilità, mi cambio al volo (stavo facendo i soliti mestieri di casa leggi "tuta e ciabatte e ciappo in testa"), vado a prendere il Power. Lascio le persiane alzate e la stufa accesa, spengo solo i fornelli su cui avevo quasi finito di cuocere una minestra e chiudo le finestre. Avrei sistemato il resto dopo.
Lo porto dai nonni (15km più su), faccio benzina (riserva!), torno indietro, mi do una pettinata, un filo di mascara, chiudo casa, rimonto in auto, parto. Arriviamo all'appuntamento giuste giuste a filo-filo. Nel frattempo torna a casa il Gatto Alfa dal lavoro e va a riprendersi il pollo. Che aveva solo un po' di mal di pancia.

-Nel pomeriggio si presenta il problema di alcuni appunti di storia da chiedere ai compagni. Alla fine ha fatto solo due ore di scuola su 7, c'è da recuperare. Li chiede sulla chat di classe su whatsapp. Passa un'ora, di sedici partecipanti alla chat non risponde un'anima.
-Maleducati sono. Punto. E' già successo, e ho dato la colpa al fatto che il Power non aveva lo smartphone. Li ha chiesti alla fine dell'ora di atletica pomeridiana in palestra, ci sono due compagne di classe che frequentano, e nessuna delle due ha voluto (VOLUTO) darglieli, nè dargli il numero di telefono. Ho anche portato la questione in classe durante la riunione che si è tenuta pochi giorni dopo, le madri (che si sono identificate anche se non ho assolutamente fatto nomi) si sono scusate. Beh, quel pomeriggio siamo andati io e lui da un compagno la cui mamma è amica mia, glieli ha dati parziali. Il giorno seguente l'insegnante ha rimproverato il Power perchè mancavano compiti, quando lui si è giustificato lei non gli ha creduto, sono andata a colloquio un paio di giorni dopo per parargli il sedere, l'insegnante il giorno seguente ha fatto il predicozzo ai ragazzini perchè i compiti vanno dati. Insomma, ho fatto il mio dovere, no?
-Doveva passarti per la testa che se i figli degli altri snobbano il tuo un motivo ci deve essere. Svegliati.

-Passano un altro paio d'ore. Il Power torna a chiedere gli appunti. Nessuno gli risponde. Controlla la visualizzazione del messaggio, nel giro di pochi minuti lo hanno visualizzato tutti, ma non risponde un'anima.
-Mi monta il nervoso. Ma le altre mamme non controllano il cellulare dei figli come faccio io???
-Tu controlli il suo telefono? Violi la sua privacy. Devono arrangiarsi. Non intrometterti.

-Il mattino dopo viene a casa mia la mamma di un compagno per motivi di lavoro, doveva parlare col Gatto Alfa. Finito il colloquio ovviamente salta fuori il discorso "adolescenti", e lei inizia a lamentarsi delle stesse cose di cui ci lamentiamo un po' tutti: che sono incontrollabili, che sono difficili, che sono inattendibili. Talmente inattendibili che un giorno imprecisato suo figlio le è tornato da scuola dicendo che il mio gli avrebbe detto "c...ino tu e tua madre", e "mio figlio ingigantisce sempre le cose, sono sicura che il vostro queste cose non le dice".
-No, non le dice. Ma verifico. Vuoi mai che mi/ci si debba scusare per qualcosa. Lo sento tutti i giorni fuori dalla scuola, le mamme che si lamentano "ecco, vedi? Hanno litigato, mia figlia per colpa sua ha preso una nota, e sua madre nemmeno scusa è venuta a dirmi!". Mi vergognerei da morire se si parlasse di me.
-Ah no? Non le dice? Ma tu tuo figlio lo segui o fai finta? Coi professori non ci parli mai, ci scommetterei!

-All'uscita della scuola lo blocco prima di entrare nel parcheggio: "Power, hai dato del c...ino al Pi e a sua madre?". "No ma io...". "SI-O-NO???" perentoria. Mi sembrava di essere il giudice di una corte marziale. "A lui. A sua madre no. Giuro!".
Fermo la madre del Pi. Gli impongo di chiedere scusa. Lui si giustifica. Lei, di fretta, mi dice di lasciar perdere, che sono ragazzate, di non starci male.
-Eh no, caRso, sono ragazzate ma io non ho insegnato a mio figlio che le beghe si risolvono insultando le persone. E non voglio che così si pensi. Nè che si faccia.
-Intanto però l'ha fatto. Bella educazione che dai a tuo figlio. Non sei nemmeno in grado di tenerlo d'occhio. I genitori non sono mai dove dovrebbero essere. Chissà cosa sente in casa, sta creatura.

-Andiamo a casa, pranziamo. Il Power mi dice che a scuola nessuno aveva gli appunti di storia che aveva chiesto. Guarda la chat di classe, ancora nessuno li ha passati. Alchè io stizzita gli dico "senti, adesso scrivi un bel messaggio di ringraziamento per la cortesia che ti hanno riservato. Cappero".
Gli risponde il Pi.
"A scuola ci tratti male tutti quanti, ci riempi di parolacce, e adesso vuoi gli appunti? Arrangiati".
Sul momento mi monta il fumo per la maleducazione del Pi, intimo il Power di lasciare la chat (quando scrive nessuno lo calcola, per i compiti nessuno lo aiuta, si lamenta che si comunicano solo scemenze che a lui non interessano e gli blinka il telefono tutto il pomeriggio per niente, che ci sta a fare in chat? Fuori!").
-Ecco. Non dovevo intromettermi. Se già prima aveva difficoltà a relazionarsi, adesso gli ho troncato le gambe. Dovevo farmi i cavoli miei. Gli ho rovinato i rapporti. Al diavolo me e la mia lingua, e i freni che non ho più. Però qualcosa non mi torna. Mi si sta accendendo una lampadina. Petta petta...
-Certi gentitori fanno più danni dei ragazzini stessi. Non si hanno davvero più parole.

-"Power... io ti ho sempre difeso, ma non è che per caso... no, così sai, non è che "per caso" qualche parolaccia ti è uscita fuori? Perchè io e tuo padre in casa non le usiamo, ma hai insultato qualcuno???"
Al Power sembra salire una scalmana. Quelle che salgono a me da quando sono in menopausa, solo che io non divento viola in volto, inizio solo a sudare come un pezzo di formaggio al sole di luglio un secondo per l'altro, e mi dà fastidio all'improvviso anche l'ombra del moscerino che mi passa davanti, e cerco inutilmente di mandarla via con le mani. Ecco, lui ha iniziato a scalmanare come me, ma è diventato anche del colore della brace in un nanosecondo. Nemmeno balbetto durante una scalmana, credo di aver balbettato poche volte in vita mia. Lui ha iniziato anche a balbettare. E lui balbetta, e a me inizia a salire il fumo alle orecchie. Bell'esempio di causa-effetto.
"E, rarissimamente. No, ogni tanto. Beh si, qualche "str...zo" è volato. E mamma, ho litigato anche col mio compagno di banco. Per scherzare mi ha messo un dito sulla testa e ha iniziato a girarlo, ha detto che così mi passano le arrabbiature, io mi sono arrabbiato di più e ho urlato".
-Dove. Dove ho sbagliato. Per essermi sfuggita una cosa enorme, così "non-si-fa" come questa, dove cappero ho messo gli occhi? Sul cestone della sua biancheria sporca, anzichè dove dovevo metterli? Cioè, mio figlio insulta i compagni? Ma quando mai??? Ma dove, DOVE l'ha imparato???
-Tutta - colpa - dei - genitori. Se i figli si comportano male è tutta-colpa-dei-genitori. 

Già. Facile dirlo.
Che mio figlio non sia mai stato un compagnone è assodato. All'asilo e alle elementari le maestre ne hanno sempre fatto un dramma. Come se non ci dovessero essere persone come lui, come se l'essere solitari fosse la piaga più piaga di una carestia di sette anni senza sette anni di abbondanza prima. E noi giù di psicologa, e compra libri che parlano di come si crescono i figli, e iscriviti a forum di mamme, e cerca di saltarne fuori in tutte le maniere. L'ho portato per tre anni al "Tempo per la Famiglia", ha fatto sei mesi in più di scuola materna perchè ha perso l'anno essendo a gennaio e volevo che iniziasse il prima possibile a stare in mezzo ai suoi coetanei, non gli abbiamo fatto perdere un compleanno finchè arrivavano gli inviti, durante le vacanze c'è sempre stato il parco, quando quello del paese era deserto ci si spostava al parco del paese vicino, se pioveva si andava ai giochi per bambini del centro commerciale a 20km da qui, sotto ad una campana di vetro non lo abbiamo mai tenuto. Lo abbiamo iscritto ad una attività sportiva extra scolastica dalla prima elementare più per farlo stare con altri bambini che non per lo sport in sè. E lui niente: ha sempre allontanato tutti. Fino a credere di aver capito, in prima media, che non c'è proprio nulla da cui saltar fuori: io non ho una cerchia di amiche numerosa quanto la curva di uno stadio, mio marito nemmeno. Abbiamo pochi amici come coppia, pochi amici ma fidati singolarmente (io le mie amiche e mio marito i suoi amici), e stiamo bene. Non ci manca niente: se mi sento sola so con chi andare a prendere un caffè, a chi chiedere un consiglio, da chi farmi ascoltare, con chi togliermi due risate, con chi fare qualcosa di bello, da chi farmi ritirare il Power da scuola quando proprio non ne ho la possibilità e non può rientrare da solo. Eravamo così anche a scuola, ma nessuno ci ha mai chiamato "disadattati". Eravamo riservati, fine.  Io avevo Laura e Cinzia, mio marito non so chi avesse ma aveva due amici anche lui, il Power ha il Gi. Gi che ha sempre meno. Perchè, e lo sto intuendo in questo periodo, evidentemente si sta stufando del Power anche lui, dopo tredici anni. Che loro si conoscono da quando io e sua madre frequentavamo il corso preparto, per inciso.
I professori, fin dall'anno scorso, hanno sempre preso il Power per quello che abbiamo sempre pensato che sia, non per "un problema". Una volta soltanto, in occasione di una sua uscita poco felice (anzi, proprio fuori dai canoni della normale convivenza civile, successe durante la terza settimana della prima media... la prima ed ultima piazzata Poweresca alle medie) mi azzardai a chiedere all'insegnante prevalente se fosse il caso di contattare di nuovo la psicologa che lo ha seguito durante il periodo della mia malattia (cappero, le maestre delle elementari mi chiedevano se ce lo portassi ancora ogni volta che metteva piede a scuola infilando il sinistro prima del destro...). La prof, lo ricordo ancora, nella sua altezza (più alta di me... o forse la percepisco io così, vista la personalità) abbassò gli occhiali, mi guardò dritta e mi rispose "psicologa? E perchè? Non ne vedo il motivo. Queste, signora, sono cose che si sistemano a scuola, non fuori. Gliele togliamo noi certe abitudini, è il nostro lavoro". E così è parzialmente stato. Aveva undici anni. E a noi ancora non pare vero che l'ultima pagella riportasse un "nove" in condotta, nonostante tutto.

Lo dico fuori dai denti. Se fossi una compagna di scuola del Power, lo terrei lontana anche io come fanno gli altri. Ho sempre difeso mio figlio su questo aspetto della sua vita perchè pensavo, convinta, che lo tenessero a distanza perchè è particolare, perchè non si adegua, non si conforma alla massa.
Ma maltrattare le persone non è essere riservati e solitari. Insultarle non è solo non contenere le emozioni. Non è essere particolari. Dire parolacce in mezzo alla gente non è non adeguarsi alla massa, tantomeno dire le cose come le si pensa. E' maleducazione.

Sabato pomeriggio, dopo che sono caduta dal pero della madre che scopre che suo figlio adolescente non è più il bambino che conosceva, mentre lui stava in camera sua (a fare i compiti, pensavo. E invece no: alle sette di sera gli ho intimato di stoppare coi compiti e di andare a lavarsi, e lui candido "quali compiti? Non mi hai mica detto di fare i compiti, tu!". Volevo appenderlo al lampadario. Come è bravo a girare la frittata lui, io non arrivo) io ho fatto di tutto: ho cucinato, stirato, fatto un'ora di cyclette, tutto con foga. Tutto sperando di scaricare tensione nervosa senza urlare, che tanto urlare ormai non serve più a nulla se non a farmi stare peggio. Me.  E ho pianto.
Ho pianto perchè al di là delle parolacce che ha detto e del fatto che maltratta i compagni (che comunque sono cose che hanno un peso enorme, e cercherò di affrontarle, anche se non so ancora come, e per ora - per ora, poi si vedrà - intanto è scattata la punizione), mi sto chiedendo chi sia oggi mio figlio.
Io e mio marito (più io che lui, per forza di cose) non siamo mai mancati a riunioni e colloqui con gli insegnanti. Anzi, ne abbiamo fatti più di quelli previsti dal protocollo, proprio per cercare di farci sfuggire il meno possibile. Ma evidentemente non è bastato.
Non solo. Io e mio marito bisticciamo quando capita, come bisticcia qualsiasi coppia (dove "bisticciare" non è "litigare", che sia chiaro). Sfido chiunque a dire che col proprio partner non bisticcia mai, e se lo dichiara o mente, o non bisticcia perchè non comunica. Ne sono più che certa. Siamo sposati da quasi 17 anni. E in 17 anni di bisticci e rappacificazioni, ma anche di qualche (pochissime, ma ci sono state) litigata tosta, non ci siamo mai, MAI insultati. Mai. Non è mai volato uno "stupido" neanche sussurrato. Perchè si, perchè posso anche pensare che non hai capito niente, ma appellarti con un insulto è un disprezzo, e il disprezzo non riallaccia i rapporti, non risolve la questione, anzi, offende e apre il divario ancora di più. E "per favore-grazie-prego" anche per passarsi il sale a tavola, e "scusa-posso-ti serve?", e "buongiorno, ciao, a dopo". Mia suocera ci prende perfino in giro: "Non servono tanti convenevoli tra marito e moglie". Ma noi no, ligi, ferrei.

E allora, santi tutti del cielo, se tutti mi dicono che è con l'esempio che si educa un figlio, perchè cappero mio figlio sta facendo l'esatto contrario di quello che vede in casa? Non lo capisco, mi sto s-cervellando ma proprio non ci arrivo.
Dicono che con i propri figli bisogna parlare. E sono tredici anni che con mio figlio parlo. Lui parla con me più che con suo padre, perchè con lui passo più tempo, e forse la mamma ha più la vocazione del contenitore che non il papà, chissà. Sempre a spiegare, sempre ad approfondire le cose, sempre a rispondere ai suoi interrogativi, sempre ad analizzare gli eventi, si parla durante i pasti, durante i tragitti in auto, la sera, quando capita e quando serve. Dare spiegazioni quando gli si impone qualcosa, spiegazioni quando lo si sgrida, quando lo si punisce. E ascoltare, ascoltare, ascoltare sempre, anche quando quello che dice annoia da morire o riguarda solo le sue fantasie, ma ascoltare. Ore. E sentirmi orgogliosa perchè mio figlio ancora mi fa le sue confidenze, raccoglierle, trattnerle. Onestamente io non ricordo che i miei genitori, pur nella problematica della mia famiglia, mi abbiano mai parlato tanto. Ma adesso dicono che bisogna parlare ai figli, e non mi/ci siamo mai tirati indietro dal farlo. Bello, bellissimo, fantastico, difficile a volte, ma gratificante.
Fino a ieri.
Perchè adesso che ha tredici anni non va più bene: i suoi "si mamma" adesso servono a chiudermi la bocca perchè c'è altro da fare che non stare ad ascoltare, o "si mamma" perchè non ho voglia di intavolare un discorso, o "si mamma" ma quello che state dicendo non mi interessa perchè non è una cosa pheega, o "si mamma" ma tanto voi non capite niente e come va il mondo lo so io, o "si mamma, la solita pippa". "Si mamma", ma tanto quando sono fuori tiro agisco secondo il mio esclusivo giudizio. "No mamma, non ho niente da dire, posso prendere il pc?".
Come si fa a dialogare in questo modo? Non è il caso di dialogare più? Abbiamo dialogato troppo? Se parlare come prima non si riesce più, per capire perchè si comporta così cosa caspita devo fare???

L'ho letto scritto a caratteri cubitali su un link di Facebook, giusto ieri. Il link rimandava ad un articolo di non so che testata giornalistica online, scritto da non so quale luminare di pedagogia adolescenziale piuttosto che da una mamma-blogger che si inventa dispensatrice di consigli educativi dell'ultimo minuto:
MAMMA, SE TUO FIGLIO E' MALEDUCATO E' COLPA TUA.
Bam! Come una pugnalata sullo stomaco, dopo che hai appena scoperto che tu a tuo figlio insegni rosso e appena scompare dalla tua vista fa verde. Così. Perchè fa figo. Perchè ha deciso che lui è grande e capace di giudizio. Perchè a un certo punto ti si sveglia adolescente e ti rabalta tutte le teorie educative che ti sei pappato fino al giorno prima, e che hai cercato di seguire pedissequamente, sentendoti pure in colpa e inadeguata quando ti rendevi conto di aver saltato dei passaggi perchè, da persona umana perfettamente imperfetta, del mantello di Megawoman-maman in vendita alla sanitaria fuori dall'ospedale nel periodo in cui hai partorito, non sei riuscita ad accaparrarti che un modello in saldo, della taglia sbagliata e anche difettato (l'orlo era cucito male, e solo da lì avresti dovuto annusare la fregatura...). Ma non c'era altro. Un minuto prima c'era la ressa, e a te è rimasto quello. Era anche giorno festivo, e non potevi assolutamente andare a casa senza. Prendere o lasciare.

E non si tratta solo di maleducazione. A me tutto sto allontanare gli altri quando non conformi alle sue aspettative o quando non si comportano secondo i suoi dettami, fa paura. Tanta. Come mi spaventa quel suo modo di risolvere il problema con la filosofia del "non posso averlo ma tanto mi faceva pure schifo": "sto bene anche da solo".
No, quel "sto bene anche da solo" a tredici anni è un ripiego bello e buono per non dover fare lo sforzo di cambiare qualche cosa.
No, non stai bene da solo, se ci soffri così tanto perchè il Gi durante le vacanze ti aveva detto che sarebbe venuto a passare una giornata con te, e poi non l'ha fatto.
No, non stai bene da solo, se non vedi l'ora di avere lo smarphone per metterti in chat, e ci stai male perchè più di qualcuno non ti calcola.
E non stai bene da solo anche perchè quando stai assente da scuola hai bisogno che qualcuno i compiti te li passi. E gli altri non sono macchinette, che basta inserire la monetina e ti sputano il prodotto che desideri: sono persone, e se vuoi ricevere cortesia devi prima dare perlomeno cortesia. E figlio mio, imparalo alla svelta. Perchè domani avrai bisogno di un lavoro. Domani ti innamorerai. Domani vorrai costruirti un futuro. E a me questo fare spallucce, guardando al tuo domani, fa una paura che nemmeno immagini. Ne conoscevo una di persona che litigava anche con l'aria che respirava, e disprezzava anche le ombre di chiunque passava. E sta passando una vecchiaia ben triste.

Dicono che bisogna fregarsene dei giudizi altrui.
Provateci. Quando ascoltate i telegiornali, quando leggete i commenti a certi post su Facebook, quando sentite le chiacchiere delle altre donne fuori dalla scuola o in coda al supermercato, ovunque ci sia la possibilità di sparlare dei problemi altrui. Provate a non sentirvi addosso il giudizio quando il giorno prima ne avete dato uno anche voi, e vi mordereste la lingua un miliardo di volte per aver parlato a vanvera usando luoghi comuni per sentirvi migliori di qualcun altro.
Pure io ho sputato sentenze. Lo facciamo tutti. Ho sparato a voce troppo alta (e un sussurro è già troppo alto) "dove cappero sono quei genitori" nel vedere certe situazioni, prima di scoprire che pure io sono perfettamente cieca più e più volte, e non me ne capacito. 
Quando dite ai figli "la mamma ha gli occhi anche dietro la testa e ai lati", assicuratevi che ci credano, e non fate come me che quando mio figlio ha smesso di crederci non me ne sono manco accorta e ho continuato a crederci solo io. E ho scoperto anche che l'equazione "A+B=C" quando i figli oltrepassano una certa soglia di età anagrafica non vale più. Non ce n'è per nessuno. Vale la sfida. Vale la presunzione (loro), l'arroganza (loro), vale l'esatto contrario di tutto. Quando escono di casa, tu non ci sei. E ancora ti viene sussurrato in un orecchio che devi vigilare, e se tuo figlio si comporta male è sempre e comunque colpa tua. Ti guardi dentro come un pulitore di silos. Ti passi centimetro per centimetro.
Io, mi passo dentro centimetro per centimetro. E il più delle volte mi torna indietro solo il mio eco dentro al silos.

Ultimamente non ho voglia di parlare con nessuno. O quasi. Ci sono cose che non voglio sentirmi dire. Tipo "fai così e colà" da chi non ha figli suoi o li ha ancora piccoli (ti aspetto al varco, tesoro), o "eh aspetta, questo è niente, il peggio viene dopo" (grazie al cavolo, sarebbe di aiuto? Ah, volevi che sapessi che tu stai peggio, è di te che vuoi parlare?).
Quelle che mi fanno sentire meglio  sono solo le mamme che hanno i figli grandi. Oh, che sollievo quando ti dicono "tredici anni? Oh... ", e roteando gli occhi all'indietro "sono solo tre più dieci, nient'altro, mettitela via sai... è il periodo peggiore, ma passa. Si sono solo svegliati una mattina, si sono visti due peli sulle gambe e due brufoli in fronte e si credono uomini perchè sono costretti ad usare un deodorante. Ma gli passa. Tu c'entri relativamente". 
Ecco, ditemelo dieci, cento, mille volte, perchè adesso ne ho tanto bisogno. Mi fa sentire tanto normale. Adesso ho l'autostima sotto le scarpe. Adesso ho solo voglia di sbattere una testa contro un muro, che sia la mia o quella di mio figlio, e sapere che in entrami i casi l'operazione non risolverebbe una beneamata fava è alquanto frustrante.

E speriamo che queste ultime abbiano ragione. Perchè alla mia adolescenza sono sopravvissuta. A quella di mio figlio... non lo so.











giovedì 19 gennaio 2017

Pezzetti di diario

Le feste sono belle che andate. E stavolta dico "finalmente". Solitamente sono contenta quando si avvicina il periodo natalizio, e mi dispiace quando volge al termine (sempre con la festina di compleanno del Power, naturalmente). Quest'anno sono state, invece, piuttosto intense, e non nel senso migliore. Le ho lasciate andare volentieri.
L'ambaradan è iniziato con i mercatini. No, non sono andata a visitarne, seppure mi sarebbe piaciuto molto, ma vi ho partecipato con un banco. L'anno scorso ne ho fatto uno con la mamma del Gi, in un paesino poco lontano da qui, con esiti piuttosto deludenti in termini economici. Quest'anno abbiamo bissato e raddoppiato: nel paesino dell'anno scorso, e due settimane dopo nel paese dove viviamo. Non solo: si sono unite a noi altre tre signore (mi fa specie chiamare "ragazze" le mie coetanee...), una delle quali è una delle più care amiche che ho qui. Inizialmente la prospettiva di raddoppiare le uscite e ingrandire il gruppo non mi ha entusiasmato molto, di mio sono molto diffidente verso i cambiamenti, soprattutto quando mi viene imposta la presenza di altre persone in faccende come questa. Ma mi sono dovuta ricredere: alla fine sono state due esperienze divertenti, la compagnia si è rivelata piacevole, e il ritorno economico soddisfacente (sono rientrata, a spanne, delle spese sostenute, e qualcosa in più è arrivato). E soddisfatta sono stata anche dei miei lavori, perchè ho cambiato un po' faccia alla produzione rispetto ad un anno fa, mi sono dedicata negli ultimi mesi al chiacchierino ad ago e ho scoperto che mi dà molto più spazio creativo di quanto pensavo, e cosa più importante, mi rilassa moltissimo.
Nella foto si vede solo un pezzetto piccolissimo, ma il banco occupava ad L due lati del gazebo più la parte antistante a terra, ed era super carico di oggetti e colori. Ognuna di noi ha portato tipologie di oggetti fatti a mano diverse, e la vista dell'insieme era, a mio modo di vedere, originale!


Archiviata la pratica, è andato su il Mamigalbero 2016, tutto bianco, oro e color juta.
Ho la fissa che l'albero di Natale deve essere ogni anno diverso, e ogni anno deve avere una connotazione particolare. Solo l'anno scorso è stato un albero-discarica, nel senso che lo ricoprii di qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, ma fu per non protrarre eccessivamente la discussione col Power che lo voleva a suo gusto cioè "a scatolone degli addobbi rovesciato sopra". Salvo poi dare il suo contributo per i primi dieci canonici minuti, e sparire. Quest'anno invece si è dato da fare fino alla fine, ha capito la mia idea (suonino i tamburi), l'ha accettata, si è impegnato fino alla fine, e il risultato lo ha inorgoglito più di quanto abbia inorgoglito me. Si, mi è piaciuto proprio. Più di quanto mi sia piaciuto il Presepe, anche quest'anno piccolo e relegato in un angolo, fatto solo per far piacere al Power, perchè io di mio ho un pessimo rapporto col Presepe per motivi che non sto a spiegare. Fosse per me nemmeno lo allestirei. Tanto non va nemmeno guardato, tranne il pomeriggio in cui viene messo su.
Questo è il coperchio di una scatola particolare: l'ho fatto io. Il ricamo è su lino, ma è di secondaria importanza rispetto al contenuto.
Che è questo.
Sono statuine del Presepe. La loro particolarità è che sono molto, molto vecchie: appartenevano ai miei nonni paterni, mi sono state mandate da mio padre diversi anni fa nella loro confezione originale, che altro non era che una scatola di cartone riparata innumerevoli volte, e che mi è giunta letteralmente a pezzi infilata a sua volta in un robusto scatolone di recupero. Sono statuine in coccio dipinte a mano, qualcuna è scheggiata, sarebbero da ripulire bene. Credo che abbiano anche un certo valore, ma non mi sono mai preoccupata di accertarmene. Quando mi arrivarono preparai loro una scatola nuova, questa, e le riposi.
Non le ho mai usate: ufficialmente è perchè con cinque gatti in casa, e al tempo anche un bambino piuttosto piccolo in giro, qualsiasi decorazione natalizia io esponga da quindici anni a questa parte è rigorosamente in materiale infrangibile. Ma il motivo vero è che non riesco ad affrontare la loro presenza ai miei occhi, se pur non desideri separarmene per nessun motivo al mondo. Ci sono cose con cui evidentemente devo ancora fare pace. Intanto se ne stanno lì. Al loro posto in soggiorno continuano a fare la loro messinscena natalizia quelle in plastica, collezionate negli ultimi sedici anni pezzetto per pezzetto.

Comunque.
Il 20 dicembre la mamma è stata operata. Sono stata con lei dalla mattina presto a sera tardi, e il giorno dopo. L'ho assistita, l'ho maneggiata come maneggiavo mio figlio quando era piccolo e faceva il peso morto, le ho fatto le punture di routine per i giorni successivi necessari, come ho fatto altre volte e come farò ancora quando e se servirà. La macchina sta lavorando, c'è un ulteriore piccolo intoppo da risolvere la prossima settimana, ma va avanti. E non mi ci voglio dilungare su questa cosa: il tempo delle cose da digerire è passato, la digestione è avvenuta, e io ho scoperto di essere diventata, in questi ultimi anni, una specie di macchina da guerra: passato il momento difficile di metterla in moto, la faccio viaggiare e basta. Anche se non è per niente semplice, e le cose da vomitare sarebbero tante e grosse. Ma ci tornerò su più avanti.

C'è stato Natale:  la cena e lo scambio dei regali la Vigilia dato che il giorno dopo il Gatto Alfa sarebbe partito prestissimo per andare al lavoro,  il pranzo di Natale in famiglia da mia cognata, la Messa solenne con il coro, gli auguri, le telefonate, le uozzappate dalla mattina alla sera, il paccone/regalo annuale dai parenti lontani che si è incrociato come ogni anno da 16 anni a questa parte con il nostro, la parete laterale del frigorifero ricoperta di biglietti di auguri come ogni anno, i pensierini dalle amiche lontane a strappare tutti i sorrisi possibili, le teglie di biscotti speziati e arancia/cioccolato regalate a chi so apprezzarle (e anche pappate noi), e tutto l'ambaradan come da tradizione.

Ho avuto l'influenza: quattro giorni di febbre alta, raffreddore, dolori ovunque. KO totale. Quella che ti mette a letto e non ti lascia alternative, perchè come metti giù un piede da sola vai giù sul parquet come un pero.

Abbiamo festeggiato capodanno come al solito, in famiglia. Cena cinese da asporto, gli Aristogatti in televisione, il Power e il Gatto Alfa fuori a fare i botti (niente di che, non sono due piromani...) nonostante le mie proteste, io in casa a rassicurare i felini e con la coda dell'occhio fissa fuori dalla finestra, a guardare i fuochi d'artificio che probabilmente partivano dal campo sportivo, circa un chilometro a nord in linea d'aria.

Si è pranzato qui, il primo dell'anno. In famiglia, con la mamma. Ho cucinato io. Non ricordo nemmeno cosa, ad essere sincera, ma so che la cena l'abbiamo risolta con tè caldo e poco altro, perchè eravamo ancora imbottiti :-D
Poi è iniziata la mia settimana, teoricamente, di riposo. In quei giorni ho mollato tutto. Ho fatto solo l'indispensabile: il Gatto Alfa era in ferie, e ci siamo divisi il da farsi per moltiplicare il tempo per stare insieme. Siamo stati fuori a cena due volte, ed è stato come respirare aria buona: una sera in ristorante per il compleanno della suocera, la sera successiva in casa di amici. A parlare di tutto e di niente, fuorchè di problemi.
Il giovedì di quella settimana ho caricato il Power in macchina e ho affrontato l'autostrada da sola  per la seconda volta (la prima è stata un anno fa, una 30ina di km in tutto, già un traguardo per me): sono andata a far visita a una cugina che sta dalle parti di Treviso, e a riabbracciare una zia. Erano mesi che non ci si vedeva, anche se via whatsapp ci si sente ogni giorno. E' stato piacevole. E piacevole, devo dirlo, è stato anche il viaggio: col Power che per farsela passare mi faceva da navigatore all'andata, e al ritorno ogni volta che andavo in sorpasso recitava la parte del cecchino :-D Poche volte io e lui usciamo da soli senza obblighi nè fretta, e man mano che cresce la sua compagnia è sempre più bella. Sono le uscite in cui non si litiga mai, quelle in cui il Power approfitta per aprire l'anima a sua madre. E a me piace essere "mamma" così. Mamma di un figlio grande. Quando non devi minacciare punizioni, mostrare il cucchiaio di legno, firmare note sul libretto o ripetere per la milionesima volta che i calzini non si tuffano da soli nel cestone della biancheria da lavare, ma devi diventare "contenitore" per lui. Il lato difficile e contemporaneamente straordinario della medaglia. E finchè dura, me lo godo.
Il giorno di Epifania, come di consueto, si è festeggiato il compleanno del Power!
Tredici anni. E l'è dura, oh se l'è dura... Si è festeggiato dai nonni, con tutti i nonni, con una merenda. Il Power non vuole più che si parli di "festa di compleanno": si imbarazza. Così l'abbiamo chiamata "merenda". Ci siamo tenuti sottotono, non abbiamo usato le candeline (abominio!!!), e il primo che si è azzardato a intonare le prime due note del "tanti auguri a te" si è visto recapitare un urlo di raccapriccio dal festeggiato, che lo ha fatto trattenere le restanti. E io, madre degenerata e insensibile, davanti a queste sue reazioni mi sono compiaciuta da morire: inutile sperare che rimangano pulcini per tutta la vita, è contro natura, e alla sua età trovo più normale il rifiuto di quello che è stato fino al giorno prima che non il contrario. Non vuole essere trattato da bambino, sebbene abbia lasciato l'infanzia da ben poco (e per certi versi ci sia ancora dentro con tutte e due le scarpe) e a tredici anni eravamo tutti così. Sbaglierò, ma io lo trovo un tantino sano.


Poi è ricominciata la scuola. Anzi, c'è stata una finta. Cucù! Lunedì 9 alle otto meno un quarto porto il Power a scuola, alle dieci mentre mi do da fare col ferro da stiro mi chiama la scuola perchè vada a riprendermelo. Riscaldamento rotto, due giorni di chiusura. E siccome in quei giorni si toccavano i -8 gradi alle sette e mezzo del mattino, dopo 20 giorni di scuola chiusa ci si può immaginare la temperatura che c'era nelle aule (ho varcato il portone della scuola poco dopo, ed è stato come attraversare una tenda di plastica...).

Il resto, quello che è venuto dopo, è normale quotidiano. Con una infinita voglia di tornare a scrivere, e la mancanza di forze per farlo. Con una stanchezza interiore che mi fa perdere non solo il sonno, ma anche le forze, e la voglia di arrabbiarmi o usare energie per qualsiasi cosa o persona non sia strettamente indispensabile.
Ma sono altri pezzetti di diario.


martedì 13 dicembre 2016

Lo sblocco

Quando è toccato a me avere a che fare con il tipo, qualche mese fa, in occasione del mio ultimo intervento, mi fece uscire un conato di bile. Nel ritrovarmelo davanti, prima di entrare in ambulatorio, ho dovuto recitare quattro mantra per mantenere il controllo. E sono serviti a poco.

La visita anestesiologica

Non si alza nemmeno dalla sedia. Non dà il buongiorno.

-E lei chi è? (E mi punta il dito. E già lì...).

-Sono la figlia.
(Rivolto a mia madre)
-Signora, sua figlia può assistere alla visita? Lei è d'accordo?
-Mia figlia assiste sempre alle mie visite. La voglio io. Quello che non capisco io, lo capisce lei. E mi da una mano.

Non alza nemmeno gli occhi dalla cartella, e sbuffa con aria di sufficienza.
-Non ritengo ammissibile che nel duemilaesedici ci sia ancora chi dice di non capire qualcosa quando va dal medico. 

Calma, Mamigà, calma...
(Rivolto a me)
-In che mese è nata lei?
-Scusi???
-Si, in che mese è nata.
-Novembre. Ma che importanza ha adesso?
-E sua madre?
-Settembre. 
-Ecco, siete l'eccezione che conferma la regola. Ultimamente vengono qui solo persone del segno del toro.
-Ma guardi. Pensi un po'. E quindi?
-Quindi... che mestiere fa lei?
-Mi occupo della famiglia.
-Aaaaaaaahhh... (allarga le braccia e si butta indietro sulla poltrona. Alza il tono della voce) Vorrei farlo io al suo posto!!! Non fare un cà dalla mattina alla sera... 
Non ci ho visto più.
-Senta, lei non sa cosa ho a casa io. E se...
Sgrana gli occhi, già enormi e sporgenti di loro.
-Ma quanti figli ha?
Adesso la voce la alzo io.
-SENTA, quello che faccio a casa mia sono fatti miei, quello che ho a casa NON LO SA e non siamo qui per questo, quindi per cortesia,  VUOLE visitarmi mia madre o cosa?

La mamma, sottovoce...
-Ha trovato quella sbagliata, dottore...

Mentre uscivamo si è scusato.


Quando le prime frasi che l'anestesista rivolge a mia madre contengono un insulto a una persona anziana, che sente poco da un orecchio, malata, intimorita e con i suoi limiti,  le corde vocali si sbloccano eccome.
E la macchina riparte.


venerdì 9 dicembre 2016

Il rumore del silenzio

Facciamoci coraggio, e scriviamo questo post. Usiamolo come blog-terapia, come ho fatto tanto tempo fa. Ma nemmeno tanto, sotto un certo aspetto.
Avrei voluto raccontare cosa è accaduto in questi mesi di quasi totale silenzio su queste pagine, sarebbe stato un post davvero lungo. Perchè di cose, in questi mesi, ne sono accadute davvero tante. Ma non mi va. Non ne ho proprio voglia. Ci vorrebbe molto tempo, e il tempo da settembre ad oggi è stato, un po' per caso e un po' no, una cosa che ho rincorso con foga.
Credo che si siano alternati tutti i sentimenti e tutte le emozioni possibili e immaginabili, nelle mie giornate.
Ho lavorato, guidato tanto, corso, atteso, parlato, cercato, fatto file, cantato, riso, scherzato, pianto, coccolato, cercato, imparato, iniziato, terminato, sperato, desiderato, ottimizzato, speso, guadagnato, accompagnato, sostenuto, ascoltato, sgridato, gridato, sussurrato, guardato, mostrato, chiamato, risposto, salito e sceso, scritto e letto, inventato e copiato, esposto e nascosto.
Mi sono sentita deliziata, stupefatta, cercata, ferita, presa in giro, stimata, voluta bene, gratificata, accolta, ignorante, nervosa, forte. Stanca. E nello stesso tempo piena di energia. Non so come spiegarlo. E ho fatto progetti, più di uno, e ho iniziato a lavorarci sopra con qualche schiaffo ma anche con qualche gratificazione. Che bello.

Se qualche giorno fa qualcuno mi avesse chiesto cosa avrei desiderato più di tutto, avrei risposto "urlare". Ero carica di qualsiasi cosa, buona e meno buona, ma con una intensità tale da desiderare prepotentemente di trovarmi in mezzo ad un campo immenso e cacciare un urlo liberatorio, forte, profondo. Non per essere ascoltata da qualcuno, no. Per rimettere ordine, per trovarmi per qualche manciata di secondi nel punto esatto in cui la punta della stecca incontra la sfera sul tavolo da biliardo, nel momento esatto in cui le dà il colpo che le fa spedire ogni altra sfera nella rispettiva buca, dritta, decisa, e libera il campo in pochi istanti. Ordine e liberazione. E preparazione della partita successiva. Uno "stock!" categorico ed energico.

Adesso però...
Adesso desidero solo una cosa. Desidero il silenzio. Non il silenzio del vuoto. Quello che desidero è un silenzio fisico. Il silenzio della bocca e delle corde vocali. Messaggio, uozzappo, ma fatico terribilmente a parlare. Mi manca proprio il fiato. Parlare mi richiede uno sforzo che quasi mai prima. E lo faccio solo per l'indispensabile.  Per chi vive con me. E per mia madre.
Perchè mi trovo ancora nella bolla. "Quella" bolla, da tre giorni. E aspetto che si dissolva, sperando che lo faccia alla svelta.

Otto giorni fa.
-More, i me ga ciamà da l'ospeal, no i me dà el risultato de l'ago aspirà in man, i me gà fissa n'apuntamento in oncologia direttamente iuni che vien, tra tre giorni. Cossa ti disi?
Silenzio.
Di qua della cornetta, il sudore improvviso. La pelle d'oca. Il fiato che manca di colpo. Le gambe che tremano, ti siedi. La rapidissima presa di coscienza, perchè una certa prassi, purtroppo, ormai la conosci. La consapevolezza di dover ricominciare, come sei anni fa, a trattenere. Perchè se veramente conosci chi ami, sai quando è necessario trattenere, perchè certe cose, dirle, non aiuta l'altra persona. E la consapevolezza di dover tacere. Soprattutto sai quando, quanto e fino a quando è necessario tacere. Ci sono cose che non spetta a te dire, perchè rischi di lasciare più vuoti che risposte. E di risposte in cuor mio ne avevo, otto giorni fa, una sola. Microscopicamente poco.
-Niente mamma, no digo niente. I se gavarà sbaglià, i gavarà visto che ti ze seguia de sòra e i gà mandà tuto de sùso diretamente, sensa farte andar dò volte, una par tor e risposte e una par portarle a l'oncologo, che tanto ti gavarissi comunque dovesto tor apuntamento e anca farte far l'impegnativa. Cussì ti sparagni tempo. Vedi che ben che funsiona ea radiologia in sto ospeal? No sta badar. Ti passi doman de matina? Go fatto i biscoti.

Ce la faremo, mamma. Ce la faremo di nuovo. Ricominceremo da capo a contare, aspettare, sperare. Piangere, se necessario. A trattenere più vita possibile come abbiamo visto che siamo capaci di fare, nonostante il cancro insista a cercare di dimostrarci il contrario, e ci sfidi ancora. E quando sarà il momento festeggeremo l'uccisione di questo nuovo mostro. Insieme.
Per la terza volta.


domenica 27 novembre 2016

Nel vortice

Due righe o poco più, prima di tornare nell'oblio.
Non sono sparita.
Cioè si, sono sparita dal blog, ma non da tutto il resto (eh beh...).
Non ho crisi di coscienza, non sono sprofondata nel baratro della depressione che fa cadere nell'apatia, non sono carente di argomenti su cui scrivere, niente che possa far credere che se non scrivo è perchè è successo qualcosa di catastrofico. Giuro.
Sono semplicemente risucchiata in un vortice, che da due mesi a questa parte mi porta ovunque, a volte dove voglio, altre no. Ma ovunque e sempre meno a casa.
E siccome anche nello scrivere queste poche righe sono stata interrotta tre volte, non mi imbarco nemmeno nella stesura di un post di uno spessore un po' più tosto. Per adesso.
Volevo solo dirvi che va tutto più o meno bene.
Torno presto. Spero.

giovedì 8 settembre 2016

E finisce anche questa estate

E' quasi mezzanotte. Sono un po' insonne. Forse perchè stasera è una sera particolare, l'ultima delle vacanze (per il Power).
Stasera il Power è andato a letto un po' prima. Solitamente durante l'estate ha un po' più di libertà sugli orari in generale, compreso quello di andare a letto, che comunque non oltrepassa mai le dieci e mezzo. Stasera prima delle nove e mezzo ha voluto salire. Me l'aspettavo.
Era nervoso. Ha piagnucolato. Io lo guardo e lo vedo grande, ha sti atteggiamenti tipici da adole-coso per tutto il giorno, ma la sera come per incanto per qualche minuto torna bambino. Non so perchè, e non mi interessa saperlo, ma finchè dura mi gusto questi strascichi di infanzia proprio perchè sono brevissimi, e temo, gli ultimi.
Dicevo, ha piagnucolato: apparentemente per una scusa stupida (gli ho negato un contentino a tavola. No, non sono una carceriera, semplicemente sarebbe stato l'ennesimo della giornata, e ad un certo punto uno stop deve pur esserci), poi piano piano è uscito il resto. Con una stitichezza nelle espressioni incredibile, tipico della sua età evidentemente, ma sono ancora in grado di decifrare il suo non-verbale per fortuna, e si, nel piagnucolamento e nelle poche sillabe mugugnate c'erano tutte le paure per l'anno scolastico che ricomincia domani, in primis quelle che riguardano la sfera dei suoi rapporti sociali. I suoi. Quelli in cui ormai deve cavarsela totalmente da sè, con tutti gli oneri e gli onori (ma più oneri) del caso. Tutto nella norma, mi ha detto qualcunA, di un adolescente sano. E va bene così.
Domani il Power inizia la seconda media. Tra quattro mesi avrà già tredici anni, e lui alle medie è contento almeno del fatto che ogni anno non si trova ad essere necessariamente il più grande di tutti fisicamente ed anagraficamente, e ad essere scambiato per uno di una classe avanti (cosa che a lui ha sempre creato un discreto imbarazzo), dato che alle medie in ogni classe ci sono sempre dei ripetenti. Come dire, troviamoci un lato positivo. E se fino a ieri non ci pensava, stasera gli è piombato addosso tutto l'anno scolastico a venire come un macigno. Ha dimenticato tutte le cose belle fatte questa estate come per magia.
E dire che, per la prima volta da quando è nato, insieme io e lui (perchè il papà ha praticamente sempre lavorato, purtroppo, ma è un'altra storia) di cose insieme ne abbiamo fatte davvero tante. I dolori articolari sono stati gestibili, dall'intervento dello scorso aprile mi sono ripresa completamente, non ci è mancata la fantasia, il tempo e le energie nemmeno.
Siamo stati diverse volte al mare: ci siamo dotati di carrello/sdraio, doppio ombrellone (vogliamo stare comodi, noi), sdraietta, una scatola-frigo nuova di pacca, e quant'altro serve. Modello "Sherpa", praticamente.
Secchiello e paletta sono stati usati una sola volta: quando si è accorto che i (pochi) suoi coetanei in spiaggia preferivano fare altro, lo ha preso un senso di imbarazzo e ha archiviato la pratica. Meglio, una borsa in meno. Che sotto l'ombrell gli ombrelloni ci sono altre cose piacevoli e rilassanti per passare la giornata.

Abbiamo seguito le olimpiadi, l'unico evento sportivo che appassiona tutti in famiglia.
Abbiamo fatto la spesa sempre insieme.
Siamo stati diverse volte al centro commerciale più vicino, soprattutto ultimamente per fare gli acquisti per la scuola e per l'abbigliamento. Nb.: ha raggiunto il 42 di scarpe, il mister. Che poi lo shopping è solo la scusa per goderci un momento tutto nostro: il caffè al bar.
Cioè, spetta... il caffè è mio, lui ha preso il vizio della tazza di orzo caldo con la pastina. E' la nostra coccola, lui si sente grande in questa cosa. E a me fa piacere.
Abbiamo avuto ospiti ogni tanto. E per lo più ospiti con cui anche poter giocare in piscina, soprattutto il Gi, che è venuto quasi ogni settimana a trascorrere giornate intere con noi (e a me non sembrava vero... sua madre mi ha tanto ringraziato per averle tenuto il ragazzino, ma sono io che ringrazio lei per avermi prestato il suo!).
Qualche volta abbiamo cenato fuori: in giardino, in piazza per la festa in paese, da amici, con la famiglia, alla festa conclusiva del centro estivo.
Abbiamo pedalato. Anzi, abbiamo pedalato tanto. Ho pedalato tantissimo da sola (Runtastic juvat), ma il Power quando ha potuto non si è tirato indietro nell'accompagnarmi per sentieri e piste ciclabili.


E ha condiviso con me anche qualche...
...ferita di guerra.
Abbiamo fatto una valanga di compiti. Si, abbiamo. Ho fatto un ripasso di storia e geografia anch'io. Mi tornerà utile, prima o poi, sapere cos'era il concordato di Worms e perchè la risorsa economica principale della Liguria NON è la pesca. Spero... Quanto al tedesco, buio era per me a giugno, e buio rimane oggi, otto settembre. Non c'è speranza.
Anche nei pomeriggi di pioggia ce la siamo cavati.
Con papà il Power ha grigliato sul caminetto, fatto lavori di manutenzione in giardino, riposto la legna (arrivata sciolta a fine giugno) nella legnaia per il prossimo inverno con pazienza e olio di gomito. 
Ci siamo sdraiati per un bel po' a cercare di afferrare le stelle cadenti di notte, ma la pazienza non è il nostro forte e sta cosa è durata quanto un gatto in autostrada. Non è nemmeno comodo il pavimento del terrazzo veramente, che sdraiati in giardino non si vede una ceppa per via dei lampioni accesi per strada. Ma il terrazzo ci ha visto chiacchierare più di qualche volta. Soprattutto al tramonto, sperando di farci venir voglia di lavare i piatti prima che il sonno ne avesse la meglio.

Vista così pare un'estate idilliaca.
Scendete dalla nuvoletta o voi che leggete. La realtà è che io ci ho visto tantissimi momenti davvero da ricordare positivamente, ma è stata anche molto dura sotto un altro aspetto.
Ho visto il Power cambiare. La scuola ha attutito molto l'impatto con la particolarità dell'età del cavolo, averlo a casa h24 mi ha sbattuto in viso le (normali, appunto, ma devo ancora farci l'abitudine) difficoltà di cui ho già parlato qualche post fa. Con una violenza, una esasperazione e una velocità a cui solo nelle ultime settimane mi sto adattando. Perchè si, lo ammetto, mi sto adattando al fatto che una quotidianità come quella di "prima" non c'è, e non è che mi dispiaccia del tutto, anzi.  Solo a volte è esasperante. Anzi, non solo a volte, diciamo spesso.
E' stata un'estate di tanti silenzi. Giornate di "mamma lasciami in pace", ore chiuso in camera sua, in un legittimo isolamento, tra i suoi legittimi pensieri e legittimi segreti, e tra innumerevoli "mamma non puoi capire" che i primi mi ferivano, e i successivi mi hanno fatto e mi fanno tanta tenerezza. E che mi guardo bene dal contraddire davanti a lui. Non ha nemmeno mai chiesto di andare a dormire dai nonni, mai, e da mia madre una sola volta: la loro compagnia non gli interessa più, si annoia coi loro giochi, le loro attenzioni lo imbarazzano. E non è sbagliato. E' così e basta. E i nonni, tutti e tre, per fortuna lo sanno che non ce l'ha con loro, ma con la vita che lo ha accidentalmente messo in quella via di mezzo che non lo fa sentire nè carne nè pesce.
E' stata un'estate di fiducia e di libertà per me. Finalmente posso lasciarlo da solo per un'ora o qualcosa di più sapendo che se la sa cavare. E' una cosa nuova, più per me che per lui forse, ma potermi riprendere parte degli spazi che ho dovuto per forza di cose mettere da parte quasi tredici anni fa mi sta facendo tanto bene. Posso programmare. Posso decidere. Posso far fronte agli imprevisti con la certezza che il Power può essere finalmente anche una risorsa, non solo una fonte di obblighi. Poco forse, ma quando decido di fare la mia ora quasi quotidiana in sella e non devo scendere a compromessi tra i turni di mio marito e i tira-e-molla (vieni con me, no mamma non ho voglia, muoviti pelandrone, alza il sedere dal divano, non me la sento, mi fanno male le unghie, ok rimango a casa) mi sembra di aver ricevuto in regalo la luna. Perchè so che quando torno a casa trovo un ragazzino in gamba. Quel ragazzino in gamba che dieci giorni fa anzichè litigarsi col cugino di otto anni più giovane e trentacinque chili di meno il tablet per giocare (come è successo l'anno scorso nella stessa occasione, il pranzo con parte dei miei cugini e le famiglie), se lo è preso sulle ginocchia di sua iniziativa e gli ha insegnato con una inaudita pazienza come si gioca. E io e sua madre, che trentacinque anni fa i giochi ce li litigavamo noi, ci siamo perse per qualche istante a guardarli come se avessimo visto un chiwawa ed un orso pedalare su un tandem.

Comunque, domani (anzi oggi, mezzanotte ormai è passata) si parte, destinazione "seconda D".
 E io, anzi noi, anche quest'anno "speriamo che me la cavo".








lunedì 5 settembre 2016

Piccolo vomito del lunedì

Se lo scrivo su Facebook mi linciano. Se lo dico a voce ferisco. Ma da qualche parte lo devo pur vomitare. Ed è meglio che lo vomiti a casa mia, prima di far più danni del necessario.

Mi sta irritando assai assai assai, ogni volta che mi cade l' "eccheppalle" su un atteggiamento random dell'adole-coso (che quanto a farle frullare, come tutti gli adole-cosi perfettamente sani, sta usando l'impegno che se ne usasse altrettanto per studiare andrebbe all'esame di terza media senza passare per la seconda), dicevo mi sta irritando assai assai assai sentirmi rispondere da una sempre troppo grande fetta di fauna materna femminile "Pensa a me che ne ho due/tre/quattro". Risposta peraltro copia-incolla di quando si parlava di costi dei pannolini, di capricci, di notti in bianco a tirar su vomiti e di tiro alla fune per far fare quattro compiti in croce, eccetera eccetera eccetera. Insomma, tu pensi di poter trovare un cucchiaino di comprensione, e ti viene sempre immancabilmente rimarcato il fatto che non solo non hai praticamente il diritto di lamentarti, ma dovresti farti un esame di coscienza per arrivare da sola alla conclusione che si, sentiti pure in dovere di darne, e zitta, e grata per avere solo metà se non un terzo della rottura di scatole altrui.

Allora, chiariamoci.
Primo: non vi ha ordinato il dottore di fare più di un figlio. E non ve l'ho ordinato nemmeno io.

Secondo: non è sempre una scelta il farne solo uno. Oppure, quando scelta lo è (e non è il mio caso, ma per qualche mia conoscenza si), non è detto che sia una scelta di comodo e che renda tutti felici e contenti.

Con tutto il rispetto per la fatica altrui, al diavolo. Per non essere più esplicita. No, giusto perchè si parlava di menopausa che toglie i freni al senso del pudore.